Bruni: perché all’Italia un condono farebbe più male che bene

ottobre19

Bruni: perché all’Italia un condono farebbe più male che bene

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Luigino Bruni, docente di Economia Politica alla Bicocca di Milano, spiega a Tempi.it perché all’Italia un condono farebbe più male che bene: «Quando il rapporto diventa merce, lo rimane per sempre. E infatti, dopo ogni condono, aumenta la fetta di quelle persone che non ragionano più in termini di virtù civili. Per fare cassa, meglio patrimoniale e pensioni»

di Carlo Candiani

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Sulla possibilità di introdurre un altro condono fiscale, come suggerito da alcuni esponenti del governo alla ricerca di un modo per fare cassa, si è già pronunciata l’Unione Europea con parere negativo. Sembra dunque difficile che il governo lo attui. Nonostante ciò, il confronto “condono sì, condono no“, continua negli interventi tra politici ed economisti. Il dato dirimente è semplice: bisogna agire, comunque, per fare cassa oppure si deve tenere conto del problema etico, che emerge quando si mette in pista un condono?

«A proposito del condono, ho scritto alcune riflessioni su Avvenire, partendo da un esempio che ho studiato – dice aRadio Tempi il prof. Luigino Bruni, docente di Economia Politica alla Bicocca di Milano -. Qualche tempo fa ad Haifa, due economisti fecero un esperimento su dieci asili nido, che segnalavano ritardi dei genitori per andare a recuperare i bambini: in sei asili fu introdotta una multa sui ritardi, negli altri quattro tutto rimase come prima. Si verificò che dopo la multa i ritardi si moltiplicarono del 100 per cento e una volta tolta l’ammenda i ritardi non diminuirono, neppure al livello precedente. Qual è il senso di questo esperimento? Che “la multa è un prezzo”».

«Quando si introduce la moneta in ambiti regolati da altre norme sociali – continua -, si crea un mercato e quindi la gente paga e compra. La multa, e nel nostro caso il condono, trasforma un ambito dove si ragiona in termini non sempre monetari e una volta che il rapporto diventa merce lo rimane per sempre. E infatti, dopo ogni condono, aumenta la fetta di quelle persone che non ragionano più in termini di virtù civili, ma in termini di costi e benefici e questo si riflette anche nei rapporti quotidiani (l’amicizia, la solidarietà): è come se la società, irreversibilmente, diventasse un supermercato».

Quindi lei si oppone al condono dal punto di vista etico?
Il mio è un discorso economico, che vede l’economia non solo come un problema di cassa e limitato al bisogno contingente.

Altri suoi colleghi economisti, sull’argomento condono, tendono a bypassare il dato etico per privilegiare la convenienza economica.
Se noi riduciamo i rapporti economici a un puro scambio monetario, gli stessi rapporti, nel tempo, non funzionano più come tali perché il patto sociale, che va oltre la ragioneria del dare e dell’avere, deve costruire tra i soggetti un rapporto fiduciario. Ripeto: se trasformiamo i nostri rapporti civili ed economici in un discorso di cassa, trasformiamo la vita civile in un supermercato, e non è particolarmente appassionante come scenario: l’economia funziona se si regge su un patto sociale, purtroppo è un filo molto tenue che si spezza facilmente.

C’è chi giustifica l’uso del condono puntando il dito contro l’iniqua fiscalità italiana, che costringe ad uscire dalla legalità, in attesa che questo strumento di recupero cassa possa emendare la propria posizione.
Questa analisi è più condivisibile perché pone l’accento su un problema strutturale. Ma questa è sempre una denuncia di un fallimento economico, non etico: in sostanza, il condono è una pessima risposta ad una legittima domanda per un sistema più equo. E alla fine, il condono oltre ad essere spesso inefficace e, come accade, pure ripetuto, è totalmente inutile: un condono che pigli i cittadini in contropiede potrebbe avere un effetto, ma dal secondo in poi, è acqua fresca.

Si metta per un momento nei panni del politico di governo, che stratagemmi userebbe per fare cassa?
Le due parole sono molto chiare: patrimoniale e pensioni, c’è poco da discutere. Patrimoniale, cioè chiedere un contributo: non però dai redditi da lavoro o da quelli da impresa, l’Irpef o l’Iva, perché intervenire sull’Iva vuol dire impoverire il ceto medio e l’Irpef grava già sul lavoro, bensì colpire i patrimoni che sono delle rendite di posizione. E’ un fatto di minimo buon senso. Seconda parola chiave sono le pensioni: dobbiamo capire che il mondo è cambiato, si campa fino a novant’anni e il patto sociale in funzione dagli anni ’50, quando si viveva fino a sessanta-settant’anni non funziona più. Se non riformiamo questi titoli, potremo fare mille condoni ma saremo sempre in una situazione di emergenza economica e non etica: l’etica è intrinseca all’economia, non è estrinseca.

 

 

  • Scritto da Aurelia
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