Come abiteremo domani? Si potrà ancora vivere nelle città?

Aprile02

Come abiteremo domani? Si potrà ancora vivere nelle città?

Con acuta professionalità e visione, ma anche grande tatto e rispetto per il dolore e l’incertezza che caratterizzano questi tempi, si è vissuto un’altra stimolante serata mercoledì 1 aprile, nel 4° webinar organizzato dal Polo Lionello Bonfanti e dall’Associazione Salve! Health to share con il suo progetto Noi Qui. Relazioni Generative.

Questa volta si è riflettuto sul senso dell’abitare, presente e futuro, inteso come l’oscillare tra un dentro che custodisce e un fuori che accoglie. In dialogo con il prof. Luigino Bruni e i molti collegati, l’urbanista e docente al Politecnico di Milano, Elena Granata, a cui è seguito anche un intervento di Johnny Dotti, imprenditore sociale, in diretta dal borgo bergamasco in cui abita e alle prese dirette con l’esperienza del virus che ha colpito intensamente quelle zone.

Le piazze sono vuote, così come le strade del nostro immaginario storico e le nostre teste, svuotate di pensieri…ma le città non sono vuote, o meglio incarnano un vuoto che è diventato pieno, rappresentano un’intera comunità che, nella protezione della casa, cerca un senso.

In tanti c’è l’anelito di un cambio, un reset a più dimensioni ed è possibile che avvenga come anche che non succeda niente! A livello cognitivo, -ci evidenzia la Granata- c’è una resilienza al cambiamento, la mente umana non reagisce all’allarmismo (ad es. la passività di molti di fronte alla questione climatica), pertanto oggi è richiesta grande lucidità ed un potente slancio creativo collettivo per prendere decisioni sagge ed affrontare al meglio il domani, quando la morsa sarà allentata.

Solo insieme si può superare il rischio, l’immunità risiede nella comunità, ricorda anche Papa Francesco, che in quella piazza vuota a San Pietro rappresentava un pieno.

E la città è la risposta, è il luogo dove si è già sperimentata quell’intelligenza creativa delle connessioni, quella biodiversità (culturale, sociale, religiosa, di competenze, ecc…) che permette di trovare soluzioni geniali a problemi: per salvarci, con grande coraggio dovremo essere in grado di cercare queste soluzioni non solo mentre siamo immersi nella disperazione ma anche quando non è più necessario farlo! Come ci insegnano i visionari del Central Park che nel 1857, pur se allora non ce n’era bisogno, hanno ben pensato di mettere un polmone verde in città o ancora -sottolinea Bruni- guardando ad Israele, che sotto esilio e senza più tempio -distrutto-, inventò comunque il tempio del tempo, lo Shabbat, un giorno totalmente diverso dagli altri.

Per un efficace salto creativo comunitario, dovremo guardare alla città integrando anche la dimensione “tempo” a fianco dello spazio ed arrivando al superamento della dialettica del “o – o” poiché è piuttosto un approccio complementare, l’ ” e – e” ciò che funziona. Alcuni esempi: ben venga la GDO ma sono essenziali anche servizi essenziali e piccole botteghe di quartiere ad un quarto d’ora da casa; servono ospedali grandi ma anche presidi sanitari territoriali; è bello ed efficiente ritrovarsi in azienda, ma può funzionare anche lo smart working, qualche giorno alla settimana.

Questo è anche un tempo di grande rinnovamento spirituale, interviene Dotti: se finora tale dimensione risulti abbandonata e le forme democratiche dell’occidente non ci fanno ancora vivere quell’ “e – e” sopra auspicato, ora si sta comunque facendo un’esperienza spirituale che, venendo meno anche il rituale, tocca tutti, tra il visibile e l’invisibile. Serve un pensiero nuovo dell‘abitare, come dimensione centrale dell’essere, come un qualcosa che non appartiene solo ai tecnici, ma un’arte popolare che riguarda e chiama in gioco tutti, serve riscoprire quanto la città sia portata avanti dai lavori più “umili e guardare a nuovi modelli di lavoro.

Così, in questo stand by collettivo, la crisi può essere acceleratore virtuoso di futuro. Così il dolore vissuto non andrà sprecato ma convertito in generativo.


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