Don Mauro e la sua squadra: il fashion che fa bene

Gennaio28

Don Mauro e la sua squadra: il fashion che fa bene

Don Mauro e la sua squadra: il fashion che fa bene

Cappotti indossati in una sola sfilata e abiti griffati in ottimo stato sono rimessi in vendita per aiutare i meno fortunati. Così nell’Aretino è nato il progetto sociale. Da «Francesco the S-hope» alla piattaforma e-commerce Clothest*

di Marco Gasperetti

Don Mauro e la sua squadra: il fashion che fa bene
“Cappotti indossati in una sola sfilata e abiti griffati in ottimo stato sono rimessi in vendita per aiutare i meno fortunati. Così nell’Aretino è nato il progetto sociale. Da «Francesco the S-hope» alla piattaforma e-commerce Clothest*”

Ma è proprio vero che il diavolo veste Prada? Assolutamente no: la Bellezza, anche quella dei vestiti firmati, se è caritatevole e solidale può far guadagnare a tutti un pezzetto di Paradiso e per chi non crede all’Aldilà può regalare felicità. «L’importante è donare – dice don Mauro – proprio come predicava un dottore della Chiesa 17 secoli fa: si chiamava San Basilio e raccontava che il mantello in più appartiene al povero. E dunque se c’erano anche vestiti da offrire ai diseredati era giusto farlo per onorare Dio e il prossimo». Se poi i vestiti «avanzati» sono anche bellissimi e firmati da grandi nomi della moda internazionale ancora meglio, perché la loro vendita può aiutare i meno fortunati. Così quando tre anni fa qualcuno propose a don Mauro Frasi, 65 anni, alla guida della «Casa famiglia Maria Elisabetta» di Montevarchi (Arezzo), di metter su una rivendita dei migliori vestiti usati che venivano donati per aiutare i «fratelli meno fortunati» questo prete degli ultimi, che il Vangelo lo ha letto proprio bene, pensò davvero che il suggerimento fosse arrivato dalla Provvidenza. Che aveva anche il volto di una donna impegnata del mondo della moda e già volontaria della Caritas, Letizia Baldetti. «L’idea – racconta lei – mi era venuta perché arrivavano tanti abiti molto belli ma inadatti per il nostro target. Noi aiutiamo gente povera, molti senzatetto, persone che avevano bisogno di qualcosa di comodo e molto protettivo dal freddo soprattutto quando l’inverno è rigido come quello che stiamo passando oggi. Così mi venne l’idea della rivendita. Il progetto si chiamava Francesco the S-hope: avevamo un piccolo magazzino, recuperavamo vestiti griffati, li rivendevamo e donavamo il ricavato alla casa famiglia». Ma ancora nessuno aveva mai pensato che la potenza di Internet poteva proiettare l’idea in alto, molto in alto.

A volte raccontando o vivendo le storie di straordinaria solidarietà si ha la sensazione di essere aiutati da qualcuno. Chiamatelo come vi pare, fato, fortuna, destino o semplicemente caso. Per don Mauro e per Letizia questo motore misterioso è la Provvidenza. Che si può manifestare in tanti modi. Anche con l’arrivo di uno dei pubblicitari più conosciuti d’Italia, Paolo Iabichino. Il quale si materializza a Montevarchi da volontario, inizia a fare lezioni agli ospiti della casa famiglia e poi intuisce che Francesco the S-hope, quel progetto «analogico» nato in modo artigianale, ha un potenziale straordinario. «Incontro i volontari, ci lavoro un fine settimana – racconta Iabichino – e resto incantato. Decidiamo di costruire un brand e utilizzare l’e-commerce. Metto accanto ai ragazzi professionisti del design del calibro di Terzini e Muratori di Firenze. Poi chiedo a Enrica Gnoni, una specialista di e-commerce, di disegnare una piattaforma di commercio elettronico su Internet. La chiamiamo Clothest* inventandoci un superlativo assoluto e un neologismo che non esistono, ma il nome è perfetto per i nostri super vestititi». Inizia la raccolta in grande stile. Capi d’abbigliamento usati solo per sfilate, altri bellissimi finiti in qualche magazzino, altri ancora donati da sconosciuti. Nascono veri e propri reparti. «Una ventina di giovani volontari – continua il pubblicitario – raccolgono la storia di ogni capo e di chi l’ha donato. Sono colpito dall’atteggiamento di questi ragazzi, se vuoi ingenuo eppure di grande impegno, sensibilità e qualità. Donano a ogni capo un look moderno, sono bravi a fotografare i prodotti, hanno un’attenzione straordinaria nei dettagli. E ci sono anche modelle volontarie, ragazze che nella vita studiano o fanno altri lavori che accettano di indossare i super-vestiti». Che, badate bene, non sono svenduti. E non solo perché i soldi servono per un’altissima causa ma perché sono bellissimi. Un esempio? Un cappotto uscito da una sfilata può valere anche 2500 euro, la metà del suo prezzo di listino. Ma nel sito ci sono vestiti per tutte le tasche sempre di qualità e di grandi marche.

Simboli

La piattaforma Clothest* viene aperta nei primi giorni di gennaio di quest’anno, il successo è immediato e la speranza è che cresca. «Le donazioni arrivano generose – spiega Letizia Baldetti – e anche le storie di ogni vestito sono spesso affascinanti. Non ci sono solo i capi delle sfilate. Una signora ci ha portato con grande entusiasmo l’abito del matrimonio di suo figlio. Lo aveva indossato solo quel giorno e il completo era rimasto chiuso nell’armadio. Per quella mamma quel vestito era importante, aveva un significato che ci ha voluto trasmettere. Una ragazza invece è arrivata con una camicia che si era comprata prima della festa aziendale alla quale aveva partecipato dopo l’assunzione a tempo pieno. Anche quella camicia, oltre alla bellezza estetica, era diventata un simbolo. E oggi lo è ancora di più perché dietro quel gesto c’è anche l’amore per il prossimo». Certo, siamo ancora agli inizi di un lungo percorso. Servono tante donazioni soprattutto dai grandi brand che hanno i magazzini pieni di tesori, ma il website ha dato un impulso straordinario all’idea e adesso sta per essere lanciato un magazine dedicato alla moda sostenibile e circolare. Con tanto di redazione che racconterà le storie più virtuose mercato nazionale e internazionale. Vestiti e bellezza, amore e solidarietà.

Il mantello di San Martino

E a volte sembra di raccontare davvero il sequel della storia di San Martino, il vescovo che con il dono del suo mantello a un mendicante fece fiorire l’estate. Come dice don Mauro guardando il cielo: «Siamo stati benedetti. Eravamo tre preti che abitavano con quaranta poveri ed eravamo molto felici e orgogliosi della nostra casa famiglia. Poi è nata una casa per donne e bambini rimasti soli, una meraviglia. E adesso ecco arrivare la dignità culturale con questa bell’idea creativa e solidale, alla quale partecipano giovani volontari quasi tutti laureati, e un po’ di soldi per aiutare il prossimo. Che cosa possiamo chiedere di più?». Al progetto Clothest* lavorano per ora una ventina di giovani, la maggior parte ragazze. Qualcuna di loro ha studiato moda, altre hanno da sempre la passione per i vestiti. Scelgono i capi da vendere online, li sanificano e magari fermano qualche bottone allentato. Ma nessuno fa modifiche a quei doni. Sono belli così come sono e a guardarli da vicino non hai solo il piacere estetico del design e della qualità dei tessuti. Tra quegli intrecci di colori e di fibre c’è qualcosa di più. Il fato, forse. Il destino, probabilmente. Magari la fortuna. Oppure la Provvidenza.

Fonte: https://www.corriere.it/buone-notizie/21_gennaio_18/don-mauro-sua-squadra-fashion-che-fa-bene-1fbe6bc0-599b-11eb-89c7-29891efac2a7.shtml

Lo spazio «Buone Notizie – L’impresa del bene» nasce insieme al nuovo settimanale del Corriere della Sera. Un’avventura per veicolare la forza, l’energia, la creatività, la professionalità del Terzo settore in grado di mostrare visioni nuove e  proporre un nuovo approccio culturale, economico e sociale al Paese.

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