In visita a Loppiano, la politica a confronto con l’economia di comunione e la fraternità

Maggio11

In visita a Loppiano, la politica a confronto con l’economia di comunione e la fraternità

pubblicato su www.damianozoffoli.com

In visita a LoppianoEconomia di comunione come una delle risposte contemporanee alla crisi finanziaria ed etica del sistema capitalistico, con la sfida di costruire i luoghi dell’economia e del lavoro come i luoghi dell’umano tutto intero, per non correre il rischio di immaginare una economia sociale e solidale che nasca solo per l’1 per cento dell’umanità, abdicando così al compito di umanizzare il restante 99 per cento (l’economia di comunione non come bonsai, ma come seme: “è, infatti, un già che indica un non ancora).

Anche di questo abbiamo parlato venerdì mattina, assieme al Professor Luigino Bruni, Ordinario di Economia Politica presso la Facoltà di Economia dell’Università di Milano-Bicocca, ed autore di editoriali per alcuni quotidiani e riviste (tra cui Avvenire e Vita).

Bruni ci ha raccontato come Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari, per rispondere ad un problema d’ingiustizia sociale e di errata distribuzione dei beni, pensò alle imprese come naturale strumento per fare questo. E quindi propose di “mettere insieme capacità e risorse, creare imprese, affidarle a persone competenti e produrre ricchezza da dividere in tre parti. Un terzo per far crescere l’impresa ed i posti di lavoro, un terzo per aiutare i poveri, un terzo per la formazione a questa cultura di condivisione”.

Questa proposta di economia di comunione si è subito concretizzata nel 1991, in Brasile, con la creazione della prima impresa (“La Tunica”, nel settore tessile) e oggi, a distanza di 20 anni, il progetto coinvolge più di 700 imprese dei cinque continenti, di cui 400 in Europa, che abbracciano quasi tutti i settori del commercio, dei servizi e della produzione.

Ma non si costruisce una nuova economia senza una nuova cultura. Per questo, ci ha spiegato Luigino Bruni, un terzo degli utili delle imprese che aderiscono al progetto è destinato per la formazione a questa cultura e alla sua diffusione.

Un esempio è proprio l’Istituto Universitario Sophia, che ha sede a Loppiano (nella cittadella internazionale dei Focolari, vicino a Firenze), dove si è svolta la nostra chiacchierata. Esso è uno degli strumenti di formazione di quegli “uomini nuovi” allenati alla “cultura del dare e alla reciprocità” senza la quale non è possibile realizzare un’effettiva economia di comunione.

Anche nell’Enciclica “Caritas in Veritate” Benedetto XVI parla dell’economia di comunione come di una “nuova, ampia realtà che non esclude il profitto, ma lo considera strumento per realizzare finalità umane e sociali”. L’economia di comunione è, quindi, un modello d’impresa da sviluppare per un’economia più umana, a misura di persona.

Secondo Luigino Bruni, infatti, “niente ha più valore di un atto di gratuità”.

E il più grande contributo che Chiara Lubich e il Movimento dei Focolari hanno dato al progresso morale e civile delle nostre società è stato proprio quello di essere riusciti a declinare e ad applicare, cioè a tradurre in pratica (studiare, vivere, fare impresa: tutto insieme) il principio della fraternità in economia, tenendo assieme il principio dello scambio di equivalenti (di valore), quello redistributivo e quello di reciprocità, senza fare l’errore di contrapporre la vita economica ai beni relazionali e alla gratuità.

La politica e la società italiana stanno soffrendo, oggi, per incapacità di futuro. Lo sguardo con cui si analizzano crisi e ricette di crescita è sempre a corto raggio, mentre sarebbe necessario, proprio perché stiamo vivendo un tempo di grande cambiamento, saper delineare prospettive e scenari di un nuovo modello di sviluppo, e di stili di vita.

La domanda, però, è “quale modello di sviluppo”?

Oggi si parla molto di decrescita ma, spiega Bruni, “la prima domanda che va posta al centro di un dibattito serio attorno a questo tema è la seguente: decrescita di che cosa? È, infatti, evidente che ci sono delle dimensioni dell’attuale modello di sviluppo capitalistico che possono e dovrebbero decrescere se vogliamo migliorare il benessere delle persone e la sostenibilità del pianeta.
Queste dimensioni sono l’impronta ecologica, troppo pesante nell’Occidente opulento, le merci, soprattutto i beni vistosi, posizionali, di confort (televisori, telefonini, automobili), che hanno un bilancio tra costi e benefici molto negativo e incivile: tutte le volte che esce un nuovo modello di cellulare o un nuovo tv al plasma, il nostro benessere in termini di confort forse aumenta dello 0,001, ma i costi ambientali e sociali sono di gran lunga maggiori. Si pensi, ad esempio, allo scandalo di quanto sta avvenendo in Africa per accaparrarsi le riserve di minerali oggi essenziali per produrre telefonini.
Personalmente la declinazione della decrescita che amo è la decrescita del peso dell’economico (inteso come scambio mercantile) all’interno della vita civile.
In Occidente, negli ultimi decenni, stiamo riempiendo il vuoto lasciato dalla famiglia tradizionale e dallo Stato con un mercato sempre più pervasivo: dalla cura alla scuola, dalla sanità al tempo libero. Oggi dobbiamo liberare le energie e le forze della società civile e dei cittadini che tornino a creare spazi per relazioni di gratuità sottraendole al mercato for profit. Non è sostenibile una cura degli anziani e dei bambini affidata prevalentemente al mercato.
Ecco allora l’urgenza di una decrescita degli scambi economici e monetari per una crescita degli scambi e degli incontri di reciprocità; di una decrescita delle merci per una crescita dei beni relazionali, dei beni comuni, dei beni ambientali, dei beni spirituali, del ben-vivere o, come dicevano gli economisti toscani del Settecento, del Benestare(1).

Anche perché, continua Bruni, oggi non abbiamo alcuna garanzia che rilanciare il Pil significhi anche aumentare i posti di lavoro e il benessere delle persone, poiché se la crescita continuasse a essere guidata e drogata dalla speculazione finanziaria, e quindi dalle rendite, la vita degli italiani continuerebbe certamente a peggiorare anche con qualche punto in più di Pil. Come lo conosciamo oggi, il Pil non è né un indicatore di benessere umano in generale (e questo lo si sa), ma neanche un buon indicatore di benessere economico nell’era della finanza (e questo lo si sa meno). Se vogliamo misurare bene la buona crescita, occorre riformare il Pil e soprattutto affiancargli altri indicatori, che però – e qui sta il punto – siano indicatori di stock e non di flussi (com’è il Pil).
È urgente che gli stock e i capitali ritornino a occupare il cuore della scena economica sociale e politica. Il tema ambientale, ma anche quelli relazionale e sociale – drammaticamente centrali – sono forme di stock e non di flussi, capitali accumulati durante millenni, che oggi la corsa per aumentare i flussi di reddito sta danneggiando e deteriorando.
Per poter ricostruire, e presto, questi indispensabili capitali, occorre prima saperli vedere, e poi magari misurare, dando vita a nuovi misuratori di stock o, meglio, di patrimoni, parola più suggestiva perché, se intesa come patrum-munus, cioè il dono dei padri, ci ricorda simbolicamente che questi patrimoni li abbiamo ricevuti in dono dalle generazioni passate, e quindi li dobbiamo custodire e sviluppare, se non vogliamo essere ricordati come la prima generazione ingrata della storia, quella che ha interrotto la grande catena di solidarietà intertemporale” (2).

E questo non possiamo e non dobbiamo farlo, se vogliamo rilanciare una buona crescita economica.

Damiano Zoffoli

Note
(1) Decrescita di cosa e per cosa? Serve un muovo patto (Articolo di Luigino Bruni, pubblicato su Città Nuova n. 5 del 2012).
(2) Cambiare per Crescere. Oltre il Pil, con i capitali civili (Articolo di Luigino Bruni, pubblicato su Avvenire del 29/04/2012).

 

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  • Scritto da Aurelia
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