L’ EdC verso il 2031

Giugno27

L’ EdC verso il 2031

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Stiamo ormai giungendo alla fine di questa Assemblea, pronti a vivere insieme la seconda tappa di San Paolo, nel giorno del ventesimo dell’EdC.

Con il cuore ricolmo di gratitudine, può essere utile domandarsi insieme quale EdC è emersa dai lavori, dalle esperienze, dai dialoghi, dai tanti momenti formali e informali che abbiamo vissuto in questo evento speciale e di grazia che abbiamo costruito insieme. In questo mio intervento cerco di delineare alcune tracce.

vedi intervento

Una prima riscoperta che abbiamo fatto assieme è l’aver ricompreso, in modo tutto nuovo, che le domande di Chiara che hanno dato vita qui in questo Paese e luogo all’EdC, erano domande grandi: abbiamo rivisto e ri-cordato, grazie al tema di Alberto e all’ultimo panel, che l’EdC ha una vocazione di visione generale dell’agire economico, del mercato, del rapporto tra ricchezza e povertà, e non è solo una proposta per un nuovo imprenditore e una nuova impresa. Abbiamo anche capito che molto di questa visione generale e ampia è ancora poco più di un seme, ma noi vogliamo che questo seme porti frutto, diventi albero. Abbiamo ricordato, e ricapito, che l’EdC nasce da una critica ad un sistema economico sbagliato che mentre costruisce i grattacieli non sa sfamare il bambino che accanto muore di fame. Il cambiare le imprese, gli imprenditori e i lavoratori ha senso, per noi, se orientato a questa insoddisfazione per questo modello di sviluppo che noi vogliamo cambiare e rendere più di comunione, di unità e di fraternità.

Al tempo stesso, abbiamo anche capito che nell’EdC c’è, sebbene ancora in nuce, anche una diversa e nuova idea di imprenditore e una nuova impresa. Un imprenditore, lo abbiamo visto, che è fraterno, capace di innovazioni difficili, “creatore di torte” (e non solo donatore di “fette di torte” ai “poveri”), che sa fare rete dentro e fuori l’EdC; che crede nella Provvidenza perché ogni giorno la sa vedere all’opera nella sua vita, anche economica; che non teme la vulnerabilità e le ferite delle relazioni perché insieme alle ferite intravvede anche le benedizioni; che va in cerca dei poveri, “dei soli”, perché sa che il suo modo specifico e più efficace di contribuire ad un mondo più unito e fraterno è includerli all’interno del sistema produttivo, creare con loro opportunità di lavoro e di crescita; che cerca nuove forme di governance per dar vita a quegli “otri nuovi” per il “vino nuovo” dell’EdC.

Abbiamo anche visto che in questi venti anni abbiamo vissuto e capito insieme tante cose, e che il progetto ha avuto una sua crescita anche nella comprensione (grazie anche alla cooperazione con l’AMU e ad esperienze pioneristiche e costose come quelle in Bolivia) di che cosa sia la povertà vista dalla prospettiva della comunione. Con il tema di Genevieve, il panel e le tante esperienze, abbiamo guardato con occhi nuovi il nostro specifico modo di amarla e trasformarla, come si aiuta una persona povera, l’importanza di vedere la persona assieme alle sue relazioni nelle quali è immersa (famigliari, comunitarie, civili, politiche …), l’urgenza di attivare nuovi strumenti che mettano più in luce la reciprocità e meno l’aiuto unilaterale (come il microcredito, ad esempio, e le esperienze luminosa del Bangko Kabajan). Grazie a Vera siamo tornati alla radice dell’idea di persona che muove e promuove l’EdC, una persona capace di comunione, di amore, di cultura del dare: l’homo agapicus.

E potrei e dovrei continuare, ricordando soprattutto la vita, abbondante e ricca, emersa dalle tante esperienze, sul palco e negli intervalli, nei business corners, nei colloqui personali: l’EdC è stata è e sarà sempre soprattutto una vita di un popolo, una vita che dà fondamento, verità, forza e profezia alle parole che si dicono e si scrivono, che sarebbero parole vuote se non nascessero anche da questa vita che è sempre più grande.
Quali sono allora le sfide che ci attendono, alla luce del cammino fatto in questi venti anni e in questa Assemblea, e grati ai tanti e tante (in terra e in cielo) che hanno creduto nel quotidiano alla profezia di Chiara e l’hanno fatta già diventare storia?

Mi limito, con semplicità e con la fiducia di aver già condiviso e capito con tanti di voi l’una o l’altra delle cose che dirò, a delineare alcune di queste sfide, sperando così di non esprimere soltanto miei pensieri ma di dar voce a chi queste realtà vivono, pagano e pensano.

I luoghi capaci di futuro dell’EdC

  • Gli imprenditori e la creazione di nuova ricchezza

Una prima sfida riguarda le imprese EdC. In questi venti anni stiamo capendo, anche con tanti errori, che il principale contributo che l’EdC offre per alleviare l’estrema povertà e così costruire un’economia e un mondo di comunione, per realizzare il principale obiettivo che Chiara venti anni fa mise di fronte all’EdC, non è primariamente la redistribuzione della ricchezza (prendere denaro e risorse dai “ricchi” per darle ai “poveri”) ma la creazione di nuova ricchezza, includendo nel processo le persone in difficoltà e svantaggiate sotto diversi punti di vista: si creano nuove “torte”, non si ritagliano diversamente soltanto le “fette” di una torta data e creata, poiché se chi riceve i benefici della ricchezza creata non partecipa da subito, e in qualche modo visibile e concreto, al processo produttivo, è molto difficile che l’aiuto non sia paternalistico e assistenzialistico. Quando Chiara qui lanciò la “bomba” disse, lo abbiamo ricordato e rimeditato questa mattina, “dobbiamo dar vita a nuove imprese”, e non “dobbiamo convertire i nostri imprenditori perché siano più generosi e diano di più”. Certo, c’è anche questo secondo aspetto (per gli imprenditori e per tutti noi), ma prima di questo nell’EdC c’è una proposta produttiva non ridistributiva, sebbene i due aspetti non si escludano l’un l’altro, poiché l’EdC ridistribuisce ricchezza innanzitutto creandola diversamente, in modo inclusivo, sostenibile, fraterno, equo, dove si cerca un’autentica partecipazione anche dei lavoratori alla gestione dell’impresa.

Qui voglio anche notare, sebbene solo per inciso, che dobbiamo rivedere anche il nostro modo di conteggiare nelle nostre statistiche gli utili donati dalle imprese, poiché se è vero che le parti degli utili sono tre, e che la comunione non è la filantropia, allora anche il “terzo terzo” che rimane reinvestito nell’impresa per farla vivere e creare posti di lavoro (o che viene distribuito ai soci e agli azioni come giusta e equa remunerazione del loro investimento), è economia di comunione, è ricchezza condivisa per il bene comune.

Il primato della creazione di ricchezza sulla sua redistribuizone è una sfida ancora da prendere sul serio e sviluppare, perché in questi venti anni si è sottolineato molto, e a ragione (perché co-essenziale), il dare dell’imprenditore, molti dei quali hanno dato, molto, rischiando senza garanzia, dando anche quando la prudenza avrebbe suggerito di accumulare riserve. Ma a volte questo dare è stato troppo semplicisticamente e riduttivamente declinato come “dare denaro”, e meno come “dare e creare opportunità, talenti, posti di lavoro …”, dimenticandoci così che il primo dono degli imprenditori è mettere in gioco la sua vocazione imprenditoriale, che è un talento di creatività, di soluzione di problemi, di creazione di cose nuove, di innovazione, di capacità di cambiare il mondo in cui opera.

Questo è un primo aspetto e una frontiera importante per i prossimi anni, rilanciare cioè una nuova stagione di entusiasmo, di creatività, di nuove idee, di nuove imprese e nuovi progetti, per mettere gli imprenditori, vecchi e nuovi, e magari più assieme e a rete, al loro posto, che è un posto di “spostatore in avanti della frontiera”, di avanzamento della frontiera dello sviluppo e della civiltà, e non quello di essere generosi filantropi. Il primo dono è sempre il dono della vita, e l’imprenditore di comunione dona la vita anche e soprattutto innovando e creando cose nuove, opportunità con e per gli altri.

  • Rapporto diretto con la povertà

C’è poi un secondo passaggio da fare.
Perché questa nuova stagione di lancio, di creatività e di entusiasmo del bambino-adulto possa diventare concreta, sono convinto che l’EdC ha oggi un bisogno vitale di un rapporto diretto e vitale con i volti reali e concreti della povertà e dei poveri. Lo abbiamo visto in questi giorni: le esperienze più forti e profetiche di questi anni sono quelle che nascono da chi vive in contesti dove i volti della povertà sono ben visibili, e cerca con la creatività dell’agape e della comunione cercare nuove soluzioni, a partire dal protagonismo dei poveri stessi.

Quando Chiara ha lanciato l’EdC, colpita dalla “corona di spine”, dalla povertà in San Paolo e in Brasile, ha chiamato la comunità brasiliana a far qualcosa di più per risolvere quello scandalo. Allora il Brasile è partito, “siamo poveri ma tanti”, poco dopo è nato il Polo Spartaco, le oltre 100 imprese, perché l’EdC era legata direttamente e visibilmente a quella povertà che Chiara ci aveva messo di fronte. Se manca questo contatto diretto con le povertà, nei protagonisti delle imprese EdC non è più chiaro con il passare degli anni il senso profondo di quanto fanno. Non può essere sufficiente raccogliere denaro in Europa, negli USA o nelle zone più ricche dei nostri Paesi per poi usarlo in altre parti più povere del mondo o dei nostri Paesi.

Certo, la comunione dei beni è anche questo, e l’EdC ha anche una vocazione mondiale e globale che chiama anche a questa redistribuzione della ricchezza nei confronti di persone che sebbene non vedo sento comunque vicini e fratelli e sorelle (perché sono esseri umani e nessuno ci è estraneo, e perché molti di loro vivono la nostra stessa cultura e impegno per l’unità). Inoltre, anche il mostrare una comunità (quella del nostro Movimento) che a livello globale e insieme risolve al suo interno il problema dell’indigenza con una economia di comunione, è essenziale e un elemento fondativo e costitutivo dell’EdC, ieri ora e sempre.

Ma c’è bisogno, ora, di accelerare, e di andare a cercare le nuove e antiche povertà che sono presenti in tutti i Paesi del mondo. Che fare allora? Da una parte dobbiamo rendere più evidente il legame tra l’attività di tutte le imprese de mondo e alcuni progetti (soprattutto i più significativi e i più grandi) che l’EdC porta avanti nel suo insieme nel mondo. Dopo venti anni i micro-progetti da soli non bastano più per tener viva negli imprenditori la vocazione all’EdC, non è sufficiente: occorre fare di più, e creare legami diretti tra l’attività delle imprese nel mondo e i progetti che l’EdC nel suo insieme porta avanti. Qualche passo lo stiamo facendo negli ultimi anni (con il report, con il sito …), ma non basta: l’esperienza della Bolivia ha mostrato che quando qualche imprenditore si lega con forza ad alcuni progetti di sviluppo tutti crescono, i progetti e le imprese coinvolti.

Ma è ancora più urgente rilanciare negli imprenditori EdC del mondo una nuova stagione di creatività alla scoperta delle povertà nelle loro città, quelle povertà che sono molte (e non solo materiali), e far qualcosa direttamente per gli esclusi nelle nostre città, sempre più insieme e con creatività: abbiamo ascoltato esperienze che vanno in questa direzione, esperienze importanti, profetiche, già ricche di frutti. Ma dobbiamo fare di più, anche nei Poli, che sono una delle cose più belle dell’EdC, elementi essenziali del progetto, che prenderanno nuovo slancio quando la vocazione dell’EdC (creare ricchezza da condividere per includere chi è escluso dal nostro sistema economico) sarà ancora più evidente dentro i Poli stessi, nella loro attività ordinaria, che includerà anche persone svantaggiate dei loro territori. I Poli sono importanti per il nostro modo di contribuire a ridurre la miseria, poiché quando Chiara vide dall’alto i grattacieli e le favelas, non lanciò un’azione dentro le città, per ridurre e amare quella povertà urbana, come forse qualcuno poteva attendersi: lei per amare quella corona di spine in città propose la nascita di aziende nuove nella Mariapoli, nel Polo, lontano da quelle favelas. Quindi nella novità dei Poli c’è iscritta, magari in modo ancora misterioso, anche il nostro stile e la nostra strada per amare e ridurre la miseria e l’indigenza delle nostre città e del capitalismo, che passa anche per imprese nuove, di comunione, in rete.

L’EdC è nata e cresce perché un mondo con persone indigenti da una parte e opulenti dall’altra non può essere “un mondo unito”, un ut omnes che essendo la mission del carisma dell’unità è anche quella dell’EdC, come ci ha ricordato Emmaus nel suo importante messaggio iniziale. Quindi L’EdC avrà sempre uno sguardo speciale sulle povertà (e sulle ricchezze non condivise, che è un’altra forma di “miseria”), e in tutti i Paesi del mondo poiché, da questo punto di vista, è sempre più vero che i poveri li avremo sempre con noi. Poi, se il nostro è il carisma dell’unità, della fraternità e della comunione, il nostro sguardo dovrà sempre più concentrarsi su quelle povertà (quasi tutte) che nascono da rapporti spezzati, malati, ingiusti, sbagliati, sulle solitudini dell’indigenza ma anche quelle della ricchezza non condivisa.

  • Una via per tutti: alcune piste

Siamo dunque venuti qui, in questo luogo, per lasciarci interrogare dalla storia, dalla geografia, dal genius loci, da quel daimon che non è solo individuale ma anche comunitario, dei luoghi, dei popoli. Alla fine di questa Assemblea a me risultano particolarmente forti due ulteriori elementi di questo nostro ritorno alle origini che considero veramente cruciali per il nostro futuro.

Chiara (per me è troppo evidente dal video della “Bomba”, e i riferimenti ai muri del comunismo, all’enciclica”centesimus annus”, al “né capitalismo né collettivismo” …), quando vede e poi lancia l’EdC, la intuisce come una nuova via per tutti, come una possibilità per vivere diversamente l’economia e l’impresa: i membri del movimento (sia gli imprenditori sia i poveri) erano per lei soltanto il primo, decisivo e fondamentale passo di un cammino che partiva dal cuore del movimento per andare alla Chiesa, all’Umanità, verso l’ut omnes. In questi giorni di Assemblea, ma sempre più anche nei vari convegni in varie parti del mondo (una tappa fondamentale in questa comprensione è stato il recente viaggio in Africa), diverse persone e imprenditori ci dicono di voler aderire all’EdC, perché intravvedono nell’EdC una nuova via per la loro persona, impresa e per l’economia. Da qui dobbiamo iniziare a cercare qualcosa di nuovo (e lo abbiamo fatto in questi giorni): dobbiamo presentare e rendere l’EdC veramente una risposta adeguata a quella “corona di spine del mondo”, come Chiara ci ricordava in quel diario del giugno 1991, riscoperto recentemente.

Infatti, in quel diario Chiara appena tornata dal Brasile scriveva: “Nelle settimane scorse ho tanto pensato a procurarmi un quadro della Desolata che affiancasse Gesù Abbandonato, che mi sta Madonnina_di_Edc_riddinnanzi nella mia stanza. Ma la volevo bella e possibilmente nuova. Tornando dal Brasile il desiderio si è fatto più acuto e, ricordando una Desolata che Foco m’aveva lasciato, l’ho cercata e l’ho trovata.  … Ma una nuova circostanza fu toccante per me in questa intronizzazione di Maria nella mia stanza e nel mio cuore: ho osservato che quella Desolata stringe al cuore, coperta da un lembo del suo manto, la corona di spine di Gesù: quella corona che è stata così presente a noi in Brasile, simbolo della povertà e miseria che circonda le grandi città e non solo … E ho visto nell’atteggiamento di questa Desolata tutto ciò che è successo laggiù: un amore nuovo, appassionato per i poveri, spine nel capo di Gesù da togliere e stringere al cuore. Manderò a Ginetta e Volo una foto di questa nostra Madre a ricordo del “paradiso ‘91″ (così chiamano le 3 settimane trascorse in Brasile)” (6 giugno 1991).

Da questo diario si coglie, subito e con forza, che la corona di spine e i poveri sono “simbolo della povertà e miseria che circonda le grandi città e non solo”, e che quindi la vocazione dell’EdC, che ha il suo humus e il suo cuore pulsante dentro il Movimento dei Focolari, è chiamata ad andare ben al di là di esso, senza perdere – e qui sta la sfida – il DNA, la cultura del dare, gli uomini nuovi che caratterizzano i protagonisti del nostro progetto. E’ qui credo uno dei significati del terzo degli utili investiti per la formazione di uomini nuovi: oggi siamo chiamati a far partire programmi formativi, come già in piccola parte facciamo sostenendo l’Università Sophia, il Centro Filadelphia, Nairobi, le nascenti scuole in Africa, i corsi all’EdC nelle diocesi in Italia; ma occorre fare di più, perché se la vocazione dell’EdC è “abbracciare la corona di spine” allora dobbiamo rendere possibile un’azione a largo senza perdere la forza della cultura tipica del carisma dell’unità, da cui l’EdC è nata e di cui si alimenta, pena il fallimento; non per perdersi o smarrirsi, ma per vivere veramente,nella eterna logica evangelica, e così non l’EdC perderà”l’appuntamento con la storia”, di cui parlava Chiara in riferimento all’EdC nel 1992.

Ma che cosa può significare concretamente questa evoluzione del seme in albero (o almeno in pianticella)? Non lo so, ma mi limito ad alcune suggestioni:
1.    Avere il coraggio di “gettare le reti al largo”, e magari in zone nuove del mare, soprattutto tra chi, dentro e fuori le chiese e le religioni, sta cercando una via nuova in economia, con la fede e la fiducia che abbiamo visto e appreso in Chiara, Ginetta, Francois, e i primi pionieri dell’EdC.
2.    Il carisma dell’unità ha anche il compito di “far fare unità” alle varie espressioni dell’economia a movente ideale, ai vari carismi economici e civili presenti oggi nel mondo. Con umiltà, ma con coraggio carismatico, noi dobbiamo essere strumento di dialogo e di unità con tutti i sinceri cercatori di una economia nuova e solidale (è stato anche questo il significato di aver inserito la tavola rotonda nel programma dell’assemblea), far da lievito in questa stagione di crisi nella quale si sta cercando con una accelerazione della storia qualcosa di nuovo. E ovvio che solo insieme a tanti possiamo contribuire ad una nuova economia di mercato, e ad un sistema economico di comunione.
3.    Non abbassare il livello di radicalità delle richieste dell’EdC (che abbiamo riscritto assieme anche nella Carta di Identità), ma essere liberi, generosi e flessibili sul “come” e a “chi” includere e donare gli utili, per poter coinvolgere nel progetto anche imprenditori che amano come noi i poveri ma vogliono seguire altre strade concrete per aiutarli e coinvolgerli. Presentare, dunque, l’EdC in modo largo, ampio, ed essere chiari e radicali nelle cose dove occorre essere radicali (atteggiamento verso i poveri, comunione dentro e fuori l’impresa …), ma non chiedere la radicalità negli elementi culturali, variabili e non essenziali del progetto, che spesso hanno allontanato tanti arrivati con buone intenzioni, magari impauriti da una visione troppo compatta e unica di cosa fosse l’EdC: l’EdC la scopriamo insieme, nella dinamica della storia, e la scopriamo anche grazie ai nuovi che arrivano, mandatici dalla Provvidenza.
4.    Trovare forme di coinvolgimento e di formazione (scuole) più adeguate al mondo dell’impresa: ad esempio, la formazione deve essere svolta non solo con “incontri” dove siamo seduti per ore e qualcuno parla, un sistema che forse funziona per un raduno spirituale ma meno per gente d’impresa. Anche qui occorre creatività carismatica, e saper inventare strumenti e forme di formazione nuovi nel metodo (non solo nei contenuti), che rispondano alle esigenze degli imprenditori, e non siano un peso o un costo da pagare per essere del progetto.
5.    Essere più coraggiosi, soprattutto nei Poli, nel cercare nuove forme di governance di comunione, nelle quali sviluppare quegli strumenti e aspetti (i cosiddetti “colori”, che sono un elemento nuovo e essenziale delle organizzazioni che si ispirano al carisma dell’unità), come il colloquio, la correzione fraterna, la comunione delle esperienze, e soprattutto il patto di misericordia e dell’amore scambievole: occorre lavorare molto per trovare le giuste mediazioni e evitare ingenuità e fondamentalismi, ma questo è un passaggio obbligato per il futuro, dove si stanno facendo già i primi passi, e un terreno fecondo per tradurre la novità dell’EdC in dono per tanti.
6.    Uscire a vita pubblica dando origine, laddove è possibile, a realtà civili (associazioni fondazioni …), dove la laicità e universalità del progetto siano anche realtà operative e distinte dalle strutture interne del progetto. Ci sono già segni importanti, come l’ANPEC, l’Associazione francese, argentina, l’AIEC, il B2B, ma bisogna fare di più. Un compito di queste realtà che sono e dovranno sempre più profondamente legate ai Poli, è anche quello studiare modi e strumenti per accompagnare il passaggio generazione degli imprenditori EdC, un tema che sta diventando importante e delicato.
7.    Essere certi che nel mondo ci sono tante persone che hanno già la vocazione all’EdC grande di Chiara, che aspettano di incontrarla se presentata con la sua radicalità, apertura e universalità. E magari sono proprio là dove non li abbiamo ancora cercati.
8.    Lasciar spazio alla creatività regionali e culturali, perché l’EdC è una, ma le EdC sono molte, in base ai “genii” dei popoli e delle culture: pensate che bello sarà vedere nel 2031 una EdC una, mondiale e globale ma anche tutta africana, coreana, filippina, nordamericana, dove la diversità (come ci ricordava Vera) diventa ricchezza.

La grande attrattiva del tempo moderno

Per concludere.
Esiste uno scritto, una meditazione, di Chiara che profeticamente è stata scritta anche per accompagnare il nostro sviluppo, poiché con il linguaggio sapienziale delinea una sorta di mappa di quanto abbiamo vissuto, e soprattutto di quanto ci apprestiamo a vivere. Eccola:

Ecco la grande attrattiva
del tempo moderno;
penetrare nella più alta contemplazione
e rimanere mescolati fra tutti,
uomo accanto a uomo.

Vorrei dire di più: perdersi nella folla,
per informarla del divino, come s’inzuppa
un frusto di pane nel vino.

Vorrei dire di più:
fatti partecipi dei disegni di Dio
sull’umanità,
segnare sulla folla ricami di luce
e, nel contempo, dividere col prossimo
l’onta, la fame, le percosse, le brevi gioie.

Perché l’attrattiva del nostro, come di tutti i tempi,
è ciò che di più umano e di più divino
si possa pensare, Gesù e Maria:
il Verbo di Dio, figlio d’un falegname;
la Sede della Sapienza, madre di casa“.

In questi primi anni abbiamo vissuto soprattutto la prima fase (“penetrare nella più alta contemplazione e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo“). Come ci ha mostrato chiaramente anche il ppt “come in cielo così in terra”, in questi anni l’EdC è stata veramente e genuinamente una via di alta contemplazione pur immersi tra bilanci, contratti, macchine e scaffali: chi ha sentito la vocazione all’EdC, vi ha risposto e si è messo in cammino, ha vissuto e vive una vera “contemplazione“, una vita contemplativa nel mondo, una delle grandi novità introdotte dal carisma dell’unità (come ci ricordava anche Alberto con la sua esperienza nel primo giorno). E’ stata, ed è, alta contemplazione nella quotidianità della vita, e non saremmo qua se ognuno di noi (soprattutto i più “vecchi”) non avesse vissuto almeno uno di questi momenti di contemplazione, dove si tocca il cielo, il paradiso è realtà, e tutto prende senso e significato vero. Ma siamo stati sparsi per i mondo, a Milano, Fortaleza, Parigi, Nairobi e Manila, persi nella folla, mescolati tra tutti.
Al tempo stesso, siamo anche riusciti a intravvedere qualche segno della seconda tappa che Chiara, in quella splendida mediazione, ci indica: “Vorrei dire di più: perdersi nella folla, per informarla del divino, come s’inzuppa un frusto di pane nel vino”. Qui Chiara indica un “di più”, non solo “uomo accanto a uomo”, ma perdersi nella folla, scomparire, quasi morire, per informare dal di dentro la società e l’economia, diventando tutt’uno con esse (il pane e il vino). Questo perdersi nella folla credo sia il nostro lavoro che ci attende, quando il seme per diventare albero deve in un certo senso “perdersi” nella folla, non per smarrirsi, ma per informare e dare sapore alla vita che ci sta attorno.
Infine, Chiara indica un terzo passo, un altro “di più”, che sebbene ancora più profetico, come ogni profezia e ogni carisma (che non è utopia), è sempre un già che indica un non ancora:

Vorrei dire di più:fatti partecipi dei disegni di Dio sull’umanità, segnare sulla folla ricami di luce e, nel contempo, dividere col prossimo l’onta, la fame, le percosse, le brevi gioie“. Qui si intravvede un lavoro di luce, di visione, saper indicare il senso della storia, i segni dei tempi, essere fari e luce per tanti, capire il senso della vita anche economica che viviamo: l’EdC è stata, già e soprattutto non ancora, anche questo, quando viene stimata perché in essa si vede una luce, una prospettiva, che un dono per tutti. Ma “nel contempo”, condividere con l’uomo del nostro tempo le sofferenze, la fame, le percosse e le gioie. La fame e le gioie di tutti, della nostra gente, che in realtà anela e attende una economia di comunione.
E conclude: “Perché l’attrattiva del nostro, come di tutti i tempi,è ciò che di più umano e di più divinosi possa pensare, Gesù e Maria:il Verbo di Dio, figlio d’un falegname;la Sede della Sapienza, madre di casa”. Un Dio che è anche figlio di un falegname (lavoratore e imprenditore dunque), e Maria, che è sede della sapienza (e di tutta la cultura e scienza del mondo), ma anche Madre di casa: l’EdC sarà, fedele alla sua vocazione se sarà sempre più ciò che già è: insieme contemplazione e officina, alta cultura e concretezza del quotidiano.

Arrivederci allora al 2031! E grazie per questi primi, splendidi, venti anni.

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  • Scritto da Aurelia
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