Le sfide dello sviluppo e della povertà

Giugno27

Le sfide dello sviluppo e della povertà

110527_Ginetta_Genevieve04Voglio partire da una premessa attorno ad una parola molto usata, in Africa e in tutto il mondo: questa parola è sviluppo. In rapporto a questa parola, sviluppo, parlerò poi dell’altra parola-chiave povertà, e soprattutto di comunione, a partire dalla quale guarderemo sia allo sviluppo sia alla povertà.

La parola “sviluppo” e la classificazione « sviluppati » e « sottosviluppati », hanno fatto il loro ingresso nella scena geopolitica verso la fine degli anni quaranta del secolo scorso. Un’opposizione terminologica nuova, ma che sembrava naturale.

Sotto la spinta iniziale degli Stati Uniti, si misero in atto programmi di aiuti allo sviluppo, per cercare di sviluppare quelli che si consideravano « paesi in ritardo rispetto all’Occidente ». Tale aiuto si ispirava in gran parte alla teoria secondo cui ciascuna società segue delle ben definite tappe evolutive o di sviluppo, che permette di passare dallo stato tradizionale o “sotto-sviluppato” a quello moderno o « sviluppato », appunto. I paesi poveri – definiti come tali sempre da quelli ricchi – non solo disponevano di minor ricchezza materiale, ma venivano ritenuti  considerevolmente in ritardo nella scala di evoluzione.

La distinzione ereditata dall’opposizione tra « civilizzato » e « non civilizzato » si basava sul presupposto dell’Occidente come modello di riferimento. Raggruppare Paesi dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina in una sola categoria di « sottosviluppati », negando le loro differenze profonde, evidenziava una probabile misconoscenza della realtà e una certa indifferenza verso i valori che non erano occidentali. D’altro canto, queste teorie del sottosviluppo hanno per lungo tempo legittimato una certa negligenza di responsabilità dei paesi del Nord nei confronti delle difficoltà economiche e sociali dei Paesi poveri, ignorando o sottovalutando apertamente gli effetti della colonizzazione, del saccheggio economico e di altre forme di scambio ineguale.

La teoria del sottosviluppo conobbe così un gran successo, e i paesi sottosviluppati stessi aderirono a tale visione, richiedendo i mezzi per potersi sviluppare. All’epoca, l’ottimismo era grande, e si pensava che 10 anni sarebbero stati sufficienti per colmare lo scarto. Le Nazioni Unite avevano d’altro canto battezzato gli anni ’60 come « il decennio dello sviluppo ».

Oggi, nel 2011, non sappiamo dire se – da questa prospettiva – siamo progrediti o regrediti. La realtà è stata certamente meno felice del previsto, ed è indispensabile ripensare l’idea di sviluppo, utilizzando categorie più sofisticate e antropologicamente più complesse di uno sviluppo e un sottosviluppo misurati principalmente sull’asse delle risorse economiche.

Lo sviluppo come lo avevamo conosciuto negli anni ’50, ridotto a progresso tecnologico e all’accumulo di ricchezza materiale, aveva bisogno del mito della produzione di merci sempre crescente, e dell’ideologia del consumismo per assorbire queste merci e alimentare il circuito dello sviluppo economico.

In quella definizione di sviluppo non erano state considerate né le disuguaglianze nella ripartizione delle ricchezze, né le condizioni di vita delle popolazioni, tantomeno la distruzione dell’ambiente.

A partire dagli anni ’60 i problemi che derivavano da questa idea di « sviluppo » sono emersi chiaramente : l’aumento della povertà, della disoccupazione, la distruzione dell’ambiente, l’inquinamento… e si cominciò a parlare di « malsviluppo » al Nord come al Sud. E oggi in tanti iniziano ad affermare che più che parlare di paesi sviluppati e non sviluppati, occorre riconoscere che abbiamo dato vita ad un modello capitalistico che si è sviluppato male dappertutto, poiché non fondato sulla reciprocità e fraternità tra i popoli, ma fondato essenzialmente sul saccheggio delle ricchezze,  sull’eccessivo sfruttamento delle risorse, sul dominio dei potenti sui più deboli, e non certamente sulla comunione.

Negli ultimi decenni qualcosa inizia a cambiare, grazie anche al lavoro teorico di economisti come A. Sen e di filosofi come M. Nussbaum. Oggi sappiamo che lo sviluppo si misura non tanto con le merci e con il reddito ma con il metro dei diritti, della salute, dell’educazione, delle capabilities, e soprattutto della libertà. Al tempo stesso, abbiamo anche imparato che il reddito è importante, proprio perché soprattutto quando nasce dal lavoro (e non tanto o solo da finanziamenti esterni e sussidi), è mezzo e strumento di libertà. Ma senza altre condizioni fondamentali, soprattutto di tipo politico e sociale, il reddito e le soglie di povertà possono dire poco, troppo poco e male, sullo sviluppo.

Noi siamo convinti che la prassi e il pensiero che si stanno sviluppando attorno all’EdC, anche nei recenti convegni e scuole che abbiamo svolto a Nairobi, possono offrire nuove piste di comprensione dello sviluppo, della povertà, della ricchezza, della reciprocità.

1.    I tratti principali della povertà nell’Africa sub sahariana

Ma ora vi parlo dell’esperienza dell’Africa che meglio conosco!
E comincio raccontando qualcosa a cui assistiamo spesso nella società cosiddetta tradizionale dei nostri paesi africani.
« Siete una donna, abitate in campagna e avete un bambino piccolo. Si ammala e comincia a tossire molto forte. E voi, cominciate a preparavi per portarlo il giorno dopo al dispensario o al più vicino ambulatorio, che si trova circa a 15 km. Arriva mattina, vi mettete il bambino sulla schiena e camminate circa tre ore fino al dispensario. Vi ritrovate in una coda di circa 200 persone, allineate sotto il sole senza alcun riparo. Dopo molta pazienza arriva finalmente il vostro turno. Tutt’altro che paziente l’infermiere vi ascolta descrivere la malattia del vostro bambino, e senza neanche prendersi la briga di fare il minimo esame (e probabilmente non ne ha i mezzi), scrive velocemente una prescrizione su un pezzo di carta che vi dice di presentare al personale preposto alle medicine. Si tratta di uno sciroppo, ma non potete saperlo, perché con tutta probabilità siete analfabeta. Il preposto versa lui stesso una cucchiaiata di sciroppo e la dà da bere al bambino. E’ chiaro che non c’è modo di darvi il flacone perché possiate continuare il trattamento a casa vostra, per la semplice ragione che non ci sarebbero medicine per tutti gli altri: e di conseguenza vi dice di ritornare il giorno dopo per la cucchiaiata successiva. Tornate addolorate a casa: mettete a letto il bambino, e vi preoccupate di preparare i pasti e accudire al resto della famiglia. Il giorno dopo rifate lo stesso percorso, sotto lo stesso sole, per fare la stessa coda e ricevere la stessa piccola cucchiaiata. Ma dopo tre giorni, il sole e in più la fatica del viaggio, lo stato di salute del bambino si aggrava. Scoraggiata per questi viaggi così stancanti, che vi impediscono di occuparvi delle vostre cose senza curare il bambino, finite di pensare che non valga la pena continuare per una cucchiaiata di sciroppo e vi rivolgete al guaritore locale. Ma il dispensario ne avrà guadagnato, poiché le cucchiaiate di sciroppo che voi non avete utilizzato saranno servite per qualcun altro. Così. »

Per noi africani, parlare di povertà non è assolutamente necessario, poiché ce la troviamo di fianco tutti i giorni, viviamo con essa, non necessitiamo di teorie per comprenderla.

La povertà come la viviamo in Africa è multidimensionale.

È una profonda sottrazione di beni materiali e culturali che ostacola lo sviluppo normale dell’individuo al punto da compromettere l’integrità della sua persona. Essere povero è non poter assicurare per mezzo delle proprie risorse o attività, la soddisfazione dei bisogni biologici e di quelli della propria famiglia, vivere in uno stato di perenne marginalità e insicurezza vitale che tende a diventare ereditaria; aver fame, non essere istruiti, né curati; vivere in alloggi rudimentali, lavorare in condizioni disumane …

Si trovano allora in stato di povertà (nel senso generale) individui o famiglie le cui entrate e altre risorse, le condizioni di vita e patrimoniali, di impiego e di lavoro, sono nettamente al di sotto del livello medio della società in cui vivono.
« I poveri accumulano gli svantaggi : quelli dell’età, del sesso, del numero di bambini, del colore della pelle, della malattia, della fragilità della struttura famigliare… svantaggi di nascita, oltretutto. All’inizio della vita la povertà stabilisce un muro invalicabile: carenze alimentari, salute fragile o indebolita ereditaria o ereditata, spettacolo precoce di miseria e sporcizia, vita famigliare instabile, molteplici ferite affettive durante l’infanzia, assenza di modelli utili per lo sviluppo intellettivo, complesso di inferiorità che affliggerà per tutta l’esistenza in uno stato di subordinazione, umiliazione e di consenso all’ingiustizia qualora si subisce la vergogna di essere nati ».

Ecco la realtà che affrontiamo quotidianamente. Da questa situazione sulla quale abbiamo riflettuto, nascono diversi sfidi, in particolare :

–    La dimensione socioculturale: la cultura è una delle dimensioni chiave dello sviluppo. Per essere duraturo lo sviluppo deve essere auto centrato e auto sostenuto, vale a dire fondato sui valori endogeni che gli diano significato. Per esempio, il sistema tradizionale di sicurezza sociale  in Africa, così come l’aiuto reciproco tradizionale, le rendite/mutue o “les tontines” come diciamo in Africa e le casse di risparmio e di credito, costituiscono forme di solidarietà particolarmente adatte al contesto della povertà e dovrebbero essere prese in considerazione per lo sviluppo.

–     le condizioni socio culturali imposte alla donna. In effetti alcuni comportamenti tradizionali nei confronti della donna e della ragazza impediscono la loro promozione, educazione e partecipazione piena, degna ed efficace all’impegno dello sviluppo.
– l’educazione da parte della famiglia e della comunità privilegiano generalmente la trasmissione di valori, norme comportamenti funzionali all’identica replicazione sociale, e che mettono poco in risalto il valore dell’iniziativa  personale, dell’innovazione e di quegli aspetti che contribuiscono ad una gestione razionale ed efficace;
– la percezione fatalista della diffusione della povertà.
–    le catastrofi naturali, siano le inondazioni o la siccità, come gli stessi conflitti armati mantengono la povertà, specialmente in Africa. La maggior parte dei conflitti ha carattere politico o economico, anche se spesso si sviluppa lungo linee di demarcazione etnica delle popolazioni, per motivi molto complessi. Le enormi spese militari che ne conseguono privano così i programmi di sviluppo di risorse sostanziali.
–    Il cattivo governo (in generale). Quali che siano le ragioni, in Africa non lavoriamo abbastanza o almeno quanto dovremmo, per risolvere noi stessi da soli i problemi più semplici della nostra sopravvivenza quotidiana, senza dare l’idea di aver eretto la mendicità internazionale  a scopo di salvezza.
–    La produzione di ricchezza per poter seriamente combattere la diffusione della carestia e della malnutrizione le cui conseguenze negative sono evidenti per la capacità intellettuale e fisica della popolazione, non ancora sufficienti per poter combattere in modo efficace malattie come la malaria, l’AIDS, e altre malattie endemiche ereditate da lungo tempo e la cui persistenza o aggravamento, ha come risultato il deterioramento continuo delle condizioni di vita delle masse popolari.
–    Il fallimento dello stato imposto: si può indubbiamente collegare il malgoverno a ciò che comincia ad essere generalmente riconosciuto come lo svantaggio maggiore delle società africane post indipendenza, vale a dire : l’inadeguatezza strutturale e funzionale dello stato e delle sue istituzioni ereditate.
–    « La politica di pancia » di cui sono specializzati i nostri stati…
–    Un grosso déficit di creatività intellettuale costituisce uno degli handicap maggiori del continente africano, che si produce e diffonde a partire da noi, troppe poche idee e valori culturali.

Quale apporto dell’Economia di Comunione nella comprensione di questa situazione ?

2.    Qual è il significato dello sviluppo e della povertà nell’EdC ?
L’Economia di Comunione ha come primo obiettivo quello di costituire una comunità nella quale « non ci siano indigenti ». Per questa ragione l’aiuto ai poveri è una questione fondamentale per l’EdC.

Chi sono questi fratelli considerati poveri dell’EdC ? Chiara ci risponde : sono sorridenti, degni, fieri d’essere figli di Dio e di quest’Opera. Non si trovano nell’indigenza totale, ma necessitano di alcune cose. Per esempio di essere scaricati da pesi che li assillano giorno e notte. Hanno bisogno di essere rassicurati che ci sarà da mangiare per loro e i loro figli; che la loro casa, talora una povera baracca, un giorno sarà migliore; che i loro bambini potranno studiare: che potranno guarire anche loro da malattie che richiedono trattamenti costosi; che il padre di famiglia troverà un lavoro…

Questi sono i nostri fratelli che si trovano nella necessità e che, non è raro, aiutano loro stessi gli altri.
Sono Gesù, sotto un certo punto di vista, un Gesù che chiede il nostro amore e che un giorno ci dirà :  « avevo fame, ero nudo, ero senza casa» o « la mia casa era fatiscente… e voi… »
L’EdC non è primariamente una formula organizzativa per una azienda più etica o socialmente più responsabile, è un progetto per un umanesimo più giusto e fraterno, per un rapporto di giustizia tra  Nord e  Sud, di comunione fra persone e fratelli.

Ci sono alcune parole che esprimono un male assoluto : la menzogna, il delitto, il razzismo. La povertà, invece, non è di questi termini. Non tutte le povertà sono disumane: la povertà è una piaga, ma anche una benedizione se viene scelta per amore degli altri.

Questa povertà nasce dalla certezza che tutto ciò che sono mi è stato dato in dono, e dunque tutto ciò che ho, in quanto tale, va donato. È la radice della dinamica della reciprocità, della comunione. La libertà e la gioia che nascono da una comunione profonda non possono essere capiti né hanno durata se non diventano esperienze, stile di vita, cultura del dono e della comunione.
L’EdC, ci propone due elementi : la reciprocità e la comunione come fondamenta per uscire dalla piaga della precarietà. È questa cultura che esalta l’EdC : la logica della comunione; non la bontà di qualcuno verso altri, ma la reciprocità che la comunione porta con sè, e che costituisce il suo tipico carattere. Poiché si esce davvero dalle trappole dell’indigenza quando si ha la luce per iniziare ad amare e fa dell’amore scambievole, della relazione, della fraternità il suo specifico.

I poveri come appaiono nel progetto EdC non sono una massa indistinta di bisognosi che dovremmo aiutare per  salvare la  nostra coscienza. Fanno parte anche se per un periodo della comunione mondiale che noi sperimentiamo, , e non possono che condividere i loro bisogni nella dignità piena, consapevoli che dare e ricevere è sempre amore, non solo per chi riceve ma anche per chi dona.
Prima del « dare » la prima attenzione, nell’EdC, sta nel condividere la vita, nella comunione e nella reciprocità, in una relazione essenzialmente gratuita.

E’ la relazione della fraternità che sana le situazioni di miseria. Le persone raggiunte dal progetto, non sono persone povere anonime con esigenze di ordine generale, ma persone vive inserite in una comunità in cui sperimentano già una comunione di vita.

3.    Qual è la cultura che ci permette di sperimentare la comunione, la reciprocità ?
La « cultura del dare/ dono »
« Non si tratta solo di privarsi di qualcosa per donarlo. Con queste parole si vuole indicare la nostra cultura tipica : la cultura dell’amore.
Parlare di « cultura dell’amore », significa parlare di amore evangelico, che è un amore profondo ed esigente e ci porta a dare.
Donare ciò che abbiamo in più, e talora il necessario se lo suggerisce il cuore. Donare a quanti sono nel bisogno, sapendo che è un investimento che porta frutto ad un alto tasso di interesse, perché il nostro dono apre le mani di Dio, la cui Provvidenza ci riempie di una misura immisurabile perché noi possiamo ancora donare in abbondanza, ricevere e ancora sollevare gli innumerevoli bisogni di una moltitudine di poveri. »
La causa dell’economia di comunione esige non solo l’amore per i poveri, ma anche per tutti gli uomini. La spiritualità dell’unità che la ispira suppone un amore che si rivolge a tutti : « Doniamo incessantemente: un sorriso, la nostra comprensione, il perdono, il nostro ascolto attento. diamo la nostra intelligenza, la nostra volontà, la nostra disponibilità; diamo le nostre esperienze, le capacità.

« La cultura del dono, è la cultura del Vangelo, è nel Vangelo che abbiamo capito che è necessario dare. « Date – è scritto – e vi sarà dato: una misura generosa, scossa, pigiata traboccante, vi sarà versata in grembo » (Lc 6,38).

San Basilio afferma : « il pane che tu metti da parte appartiene all’affamato. Il mantello che tu conservi nel tuo armadio appartiene all’uomo nudo; il denaro che nascondi appartiene all’indigente. Commetti tante ingiustizie quante sono le persone cui potresti donare ciò che hai. »
E San Tommaso d’Aquino :  « Quando i ricchi utilizzano per loro piacere il superfluo necessario alla sopravvivenza dei poveri, li derubano».
E Chiara ci ricorda: « Un po’ di carità, qualche opera di misericordia, il superfluo di qualcuno non basta al nostro obiettivo: servono intere imprese, e imprenditori che mettano liberamente in comune i loro profitti. »

Riflettendo sul rapporto fra beni e felicità, Luigino Bruni ha sottolineato che «I beni diventano “più beni” quando sono messi in comune; mentre il bene non condiviso diventa un male. Il bene tenuto stretto, come geloso possesso, in realtà impoverisce il suo possessore, perché lo spoglia della capacità di dono e di reciprocità, che è il vero patrimonio umano che porta alla felicità».

Mi pongo allora la seguente domanda: in questa sala, noi siamo poveri ? Chi sono i poveri qui tra noi? E chi sono i ricchi? O ancora: abbiamo qualcosa da dare ? Siamo pronti a uscire da noi stessi e andare verso il prossimo per offrirgli la ricchezza che siamo? La ricchezza che abbiamo ? Anche se tale ricchezza non fosse che il sorriso donato, la condivisione della vita, la reciprocità, la comunione? Che cos’è allora veramente essere poveri? Ed essere ricchi? E che cosa significa la fraternità e l’unità tra i popoli, tra le persone? Tra di noi qui? Credo che se prendiamo sul serio il carisma dell’unità tante cose iniziano a cambiare: ci accorgiamo che la ricchezza e la povertà sono soprattutto faccende di rapporti, e che in ogni caso la ricchezza diventa vita buona e felice quando è condivisa con gli altri.

Per arrivare ad una tale rivoluzione, abbiamo bisogno di uomini e donne con una vita interiore profonda e animata da una grande fede, dei valori fondamentali. E’ anche questa la missione dell’EdC.
Grazie a questi valori, il Vangelo può veramente penetrare tutte le dimensioni dell’economia e del lavoro, della politica, del diritto, della salute, della scuola, dell’arte; e trasformare tutto, mediante un’economia rinnovata che mette l’uomo al centro e destina una parte importante dei profitti alle persone meno fortunate; e mediante una politica rinnovata in cui ogni attore politico mette alla base della sua vita l’amore per l’altro.

Concludendo, poniamoci l’ultima domanda, come l’EdC considera la povertà e lo sviluppo? Quale messaggio importante ci offre?
Non si può uscire dalla piaga dell’indigenza solo con il denaro, per quanto abbondante sia, né solo con la redistribuzione delle ricchezze o la costruzione di beni pubblici (scuole, strade, pozzi, ecc…), né intensificando le relazioni commerciali tra Nord e Sud del mondo.

Certamente, tutto ciò è necessario, ma non sufficiente. Il mondo vedrà fiorire la fraternità e la comunione nel momento in cui noi saremo capaci di costruire relazioni umane autentiche e profonde tra persone diverse ma uguali, ciascuno differente e tutti uguali; quando supereremo le categorie stesse di « popoli poveri » e « popoli ricchi » e sapremo scoprire, grazie ad esperienze concrete come quelle dell’EdC, che nessuno al mondo è povero al punto da non poter essere un dono per me, vedendo e scoprendo che la povertà degli altri contiene anche delle ricchezze, dei valori che ci fanno sperimentare quanto l’altro sia indispensabile per la nostra felicità.

E’ solo quando una persona in difficoltà si sente amata e stimata, trattata con dignità perché riconosciuta nel suo immenso valore che può trovare in se stessa la volontà di uscire dalla piaga della precarietà e rimettersi, così, in cammino. Ed è soltanto dopo questo primo atto di libertà umana che ogni persona deve compiere, che potranno arrivare gli aiuti, i fondi, i contratti, la relazione commerciale, come elementi secondati, strumenti che contribuiscono allo sviluppo globale della persona.

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  • Scritto da Aurelia
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