Se il profitto va ai poveri

aprile26

Se il profitto va ai poveri

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A Incisa in Val d’Arno, tra le imprese dei focolarini: un terzo degli utili dato a chi ha meno

di Paolo Bricco

Pubblicato su Il sole 24 ore del 3 aprile 2010 (anno 146 n. 92).

Una signora, nervosamente, continuava a girarsi indietro. Una, due, tre, dieci volte al giorno. Gli altri non capivano che cosa avesse. Pensavano a un tic. Da una vita faceva l’operaia nei capannoni dei terzisti del tessile e della calzatura, qui in Val d’Arno. «Non mi spiegavo – racconta oggi Emanuela Camisciottoli – perché nella nuova ditta dove ero finita non “c’avessi” sempre alle spalle il caporeparto con il cronometro, che calcolava in quanto tempo realizzavo il capo. E, quasi quasi, non riuscivo nemmeno a intendere perché non m’insultassero.Per me era normale. Si è sempre fatto così. Qui mi chiedevano: per piacere, puoi fare questo? Per piacere, puoi fare quello?». E, sorridendo, conclude:«Ora non mi giro più».

Il Diavolo si vedrà pure nei dettagli. Forse, però, anche Dio vi ricorre e si nasconde in una gentilezza imprevista. Emanuela è una delle dodici dipendenti della Fantasy, piccola impresa tessile specializzata in piumoni, culle, paracolpi e pannelli da parete che con altre 24 è ospitata nel polo industriale Lionello Bonfanti, fondato dai focolarini a Incisa inVal d’Arno (Firenze), a pochi chilometri da quella Loppiano che è la principale cittadella del movimento cattolico creato da Chiara Lubich durante la Seconda guerra mondiale, per realizzare gli ideali di unità fra le persone e di ecumenismo.Un sistema di pensiero radicale che ha generato la così detta “economia di comunione”. Il caporeparto dotato di cronometro e facile alle male parole è l’ultima ricaduta, nella produzione per conto terzi del capitalismo pulviscolare di oggi, del”tempi e metodi” che ha governato la macchina mondiale del fordismo novecentesco. Il problema di chi sia l’altro, se una macchinetta chapliniana che cuce e ricuce alla velocità programmata oppure un essere umano da trattare come un”fratello prossimo”, è invece il cuore della risposta elaborata da questi strani cristiani, tanto numerosi quanto silenziosi e volutamente disinteressati alle strutture del potere ecclesiale contemporaneo. Una risposta che, nel microcosmo della piccola impresa, mina il profilo organizzativo standard.

«Intendiamoci – dice Luisa Colombo, che in una azienda come la Fantasy dove le gerarchie sono totalmente destrutturate ha delle “responsabilità” – nemmeno per me è stato facile cambiare mentalità». Luisa Colombo è una brianzola di Garbagnate Monastero che, prima di diventare focolarina e di entrare nel 1987 nella vicina Loppiano, il principale centro italiano di questo movimento, ha conosciuto bene la classica mentalità produttivista e performante del nostro Nord. I suoi genitori hanno una azienda di software,gli zii una torneria.«Per loro-sottolinea- il lavoro è una dimensione essenziale, in cui la gratificazione scaturisce dal raggiungimento del risultato. Qui l’impatto con il lavoro è stato sconvolgente. Mi ha cambiato i parametri: l’importante è il rapporto con le persone e, poi, nel rapporto con le persone ottieni il risultato».

Per sostenere i picchi di domanda, alle 12 operaie assunte a tempo indeterminato, che sono state selezionate sul mercato in base alle loro capacità, si aggiungono alcune focolarine che passano dei periodi a Loppiano.  «All’inizio diventavo matta – ammette – perché non aveva senso applicare alle focolarine africane e sudamericane lo schema, a cui ero stata abituata fin da bambina, del compito da svolgere in un tempo breve. Poi, ho capito che le prime erano psicologicamente più stabili e le seconde più giocose di me, o meglio di noi». Dunque, erano prive di quell’ansia che permea i nostri Piccoli, vitali ma febbricitanti, a tratti quasi ossessivi tanto sono concentrati, testa bassa e motore acceso, sui risultati.Questi ultimi, peraltro, sembrano esserci anche per la Fantasy, dato che fattura un paio di milioni di euro vendendo i propri prodotti in 500 negozi e che, in un anno di dura crisi,  dovrebbe comunque raggiungere il pareggio. Questa azienda, espressione di un ente del movimento dei Focolari chiamato Pafom, ha una precisa metodologia di ripartizione degli utili: per esempio nel 2007, quando chiuse l’esercizio migliore, i 100mila euro guadagnati, dopo avere pagato le tasse, sono stati per la metà reinvestiti e per la metà destinati alla Pafom,che finanzia le attività di Loppiano.
Oltre agli elementi di relazione e alle buone pratiche («Non facciamo nero per restare fedeli ai nostri principi»), che però a dire il vero dovrebbero riguardare tutti i piccoli imprenditori interessati a rispettare anche soltanto il codice civile, un elemento qualificante dell’economia di comunione è, appunto, la ripartizione degli utili. Un terzo dei quali è reinvestito nell’azienda, un terzo va ai poveri e un terzo finisce alla formazione culturale della comunità.Questo tipo di destinazione degli utili, quando ci sono, riguarda una realtà che in Italia conta su 200 aziende con 3mila addetti (il fatturato aggregato è stimato in 400 milioni) e che, in tutto il mondo, contempla 700 imprese collocate in sei poli industriali, che danno lavoro a circa 12 mila persone.

«Non è che siamo autolesionisti – dice Giuliana Bertagna, 66 anni, già titolare con il marito di una impresa tessile – l’azienda distribuisce gli utili quando è in grado di produrli. Va privilegiato il tema del dare lavoro rispetto a quello di generare profitti. Senza, naturalmente, che il dare lavoro ponga a rischio la continuità aziendale, che è l’obiettivo essenziale». Questo complesso equilibrio, i Bertagna hanno cercato di perseguirlo fin dal 1991. Allora il marito Giovanni decise di uscire dall’azienda di famiglia, la Mondial di Brescia, fondando la Bertagna Filati, per poter mettere in atto i principi dell’economia di comunione. «In particolare negli anni 90- afferma Giuliana – abbiamo guadagnato bene e dunque abbiamo potuto distribuire ricchezza.  Fino al 1996 ci siamo dedicati soltanto alla produzione vendendo per lo più alla Mondial. Poi, per una serie di ragioni, abbiamo deciso di commercializzare pure i nostri prodotti, di fatto entrando in competizione con l’azienda rimasta ai familiari di mio marito.
Non è stata una decisione semplice.Ma lo abbiamo fatto ». Aldilà del problema dei rapporti familiari, questa scelta strategica ha comportato un drastico calo del fatturato, che nel 1996 era stato pari a 5 miliardi di lire. Nell’anno migliore, il 2001, i ricavi si sono comunque fermati a 1,7milioni di euro. Nel 2007, i Bertagna hanno ceduto l’azienda e si sono trasferiti definitivamente da Brescia nel polo industriale Lionello Bonfanti di Incisa aprendovi il Filocaffè, ispirato ai Knit Cafe dove, negli Stati Uniti e nel Nord Europa, le signore lavorano a maglia, mentre mangiano una fetta di torta e devono un cappuccino. Al Filocaffè,Giovanni e Giuliana vendono anche gomitoli e maglioni.
I Bertagna, in virtù della loro esperienza manifatturiera, fanno confezionare le coperte, poi marchiate Fantasy. Può capitare che le culle e i lettini sui quali finiscono queste coperte siano realizzati dalla Azur, che con 8 milioni di fatturato annuo e 62 assunti a tempo indeterminato è l’impresa più strutturata di Loppiano.

A guidare la Azur, che esporta il 12% dei suoi ricavi in Ucraina, GranBretagna, StatiUniti e Dubai e che quest’anno dovrebbe chiudere in pareggio, è Umberto Giannettoni. Un uomo di 74 anni che conosce bene i meccanismi del capitalismo classico novecentesco. Metà della sua famiglia ha lavorato in Banca d’Italia. Lui, dopo gli esordi al Credito commerciale di Milano, è stato fino all’età di 30 anni a Bruxelles, dove per la Banca di Roma ha curato gli interessi di grandi investitori, italiani e belgi. Una carriera brillante, lasciata per aderire al movimento dei Focolari.«Nel 1965 – ricorda- su richiesta di Chiara Lubich sono andato a New York per fondare la casa editrice del movimento, New City Press.Vivevo nel Queens. La New York di allora era meravigliosa e piena di contraddizioni».A NewYork, dunque, l’ex banchiere diventato focolarino per cinque anni sente lo scoppiettare del falò delle vanità e osserva le mille luci di un’energia culturale e antropologica non superiore, ma diversa rispetto alla tradizione europea:«Ho imparato la semplicità di fare le cose.E che il denaro è una merce ordinaria, utile per realizzare le opere ».

In qualche maniera, un’idea del denaro percepibile in un movimento anticonsumista, ma non ossessivamente pauperista, come quello dei focolarini. Un pragmatismo che permea la gestione di queste imprese.«La nostra Azur- dice-ha un margine operativo netto del 5 per cento.Un buon risultato». Ma, al di là degli indicatori d’efficienza, a Loppiano provano a esercitare una forma di democrazia economica dal basso. La Edic, una Spa il cui acronimo sta appunto per Economia di comunione, ha un capitale sociale di 6 milioni, con 5.671 soci e un esercizio dei diritti di voto che si ferma a un pacchetto del 5 per cento. Fra gli azionisti, ci sono Banca Etica, Mps, Bcc di Cascia e Reggello e Bcc di Pontassieve.Nell’universo pulviscolare e atomizzato dell’economia di comunione, che nel suo vitalismo anarchico e libero riproduce abbastanza bene il carattere costitutivo del capitalismo di territorio del nostro paese, la Edic ha in qualche maniera un compito di razionalizzazione. «Oltre ad aver costruito e a gestire gli edifici del polo industriale –spiega la presidente Eva Gullo –abbiamo un’agenzia di formazione e organizziamo convegni ed eventi culturali sull’economia di comunione». Convivere con gli altri, produrre, vendere, distribuire gli utili reinvestendone una parte e dando il resto ai poveri.Una catena che resta saldamente inserita in una cornice provvidenzialistica.

«In fondo –conclude con pragmatismo lecchese LuisaColombo – facciamo tutto questo avendo sempre nella mente e nel cuore il passaggio del Vangelo di Matteo che recita”Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”. So che per qualcuno rasentiamo l’assurdo,  ma è così»

«Velleitari? Con noi anche due Nobel»

«Non siamo dei fissati. Né dei velleitari. Il nostro è un progetto con una sua dignità teorica». Luigino Bruni, professore associato di economia politica all’università di Milano-Bicocca, spiega come l’economia di comunione, originata da un’intuizione del 1991 di Chiara Lubich, non sia”cosa altra” rispetto alla cultura economica prevalente. «La teoria neoclassica – dice – è povera sotto il profilo antropologico, ma è elastica. Dunque, è possibile rendere più complessi i suoi elementi basilari: per citare un caso, la funzione di utilità può essere arricchita con le specificazioni di utilità pubblica e di utilità personale».

Dunque Bruni, Stefano Zamagni e Benedetto Gui, per citare i tre economisti più noti fra i 30 italiani impegnati su questi temi, scrivono saggi in cui usano categorie quali la reciprocità, i beni relazionali, la felicità. E, rivendica Bruni,non si muovono in un ristretto ambito provinciale. A dialogare con loro ci sono molti stranieri, fra cui due Nobel: l’indiano Amartya Sen, teorico dell’indice di povertà e ispiratore del microcredito, e l’israeliano Daniel Kahneman, che ha integrato in un corpo unico scienza economica e psicologia. Dunque, sono passati quasi vent’anni di studi e di sistematizzazioni da quando Chiara Lubich, in un viaggio in Brasile, osservando la contraddizione costituita dai grattacieli sullo sfondo delle favelas, ebbe un’intuizione: le imprese avrebbero dovuto provare a fare business in maniera diversa. Un modo differente che il sociologo Tommaso Sorgi, anche lui focolarino, formalizzò nella definizione di “economia di comunione”.

Oggi, oltre che in Italia e Brasile, i poli industriali si trovano in Croazia, Argentina e Belgio, mentre altri sono al via nelle Filippine e in Germania. Questi fenomeni, dunque, si rifanno a un pensiero che, oltre alla teoria economica, ha un rapporto diretto con la tradizione teologico-filosofica. Non a caso Papa Benedetto XVI ha citato
l’economia di comunione nell’enciclica Caritas in veritate, scrivendo della necessità di arrivare a una «progressiva apertura, in un contesto mondiale, a forme di attività economica caratterizzate da quote di gratuità e di comunione » e citando «il variegato mondo dei soggetti della cosiddetta economia civile e di comunione». «Chiara Lubich era una terziaria francescana – riflette il teologo Piero Coda, preside  dell’istituto universitario Sophia, fondato a Loppiano due anni fa – dunque era portatrice di quella specifica identità che rientra  nella tradizione del Cristianesimo profetico. Una tradizione dalla forte dimensione utopica che è riuscita a incidere concretamente nella
storia dell’economia occidentale. Basti ricordare i francescani che, nel 400, fondarono i monti di pietà, che davano prestiti di piccola entità in cambio di un pegno».
Coda, che da giovane è stato allievo a Torino del maestro dell’esistenzialismo Luigi Pareyson, evidenzia la profonda crisi epistemologica in cui versa la scienza economica, che in molti casi ha dato sottinteso, se non addirittura ha definito, che le sue leggi fossero naturali.

Una crisi che in fondo riguarda anche le realtà storiche che hanno usato le scienze economiche quali  strutture ideologiche: il materialismo marxista nel caso del socialismo reale e il liberismo per il turbo capitalismo finanziarizzato. Di fronte ai loro fallimenti, emerge l’urgenza di percorrere una via che si rifà all’origine universalistica del Cristianesimo: «In fondo – conclude Coda – negli Atti degli Apostoli Luca ci dice che l’unione fraterna fra i primi cristiani si manifestava nella comunione dei beni».

  • Scritto da Aurelia
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