Siamo qui dove tutto è incominciato per l’EdC

Maggio27

Siamo qui dove tutto è incominciato per l’EdC

A San Paolo, nella Mariapoli Ginetta, Luigino Bruni apre l’Assemblea Internazionale davanti a 650 partecipanti provenienti da 40 Paesi. Pubblichiamo il testo integrale dell’intervento.

di Luigino Bruni

110525_Ginetta_Bruni

La cosa più importante di questa assemblea EdC 2011 è il nostro essere qui, ritrovarsi in tanti nel luogo dove tutto è incominciato per l’EdC, a dire insieme che l’EdC è viva, che vogliamo impegnarci, insieme e di più, perché la sua profezia, la profezia di Chiara, diventi ogni giorno di più e meglio storia. Non è mai banale e ovvio ritrovarsi a festeggiare qualcosa di vivo venti anni dopo il suo inizio. Senza la fede, la speranza e l’amore di tanti di voi (e di tanti che non sono qui con noi), forse oggi, a venti anni di distanza, potevamo solo celebrare qualcosa di profetico ma che non aveva funzionato nella storia.

E invece siamo venuti qui a raccontarci, come i primi apostoli, i frutti che questa evangelizzazione laica nel mondo economico e sociale ha portato in questi venti anni: a dire quindi che l’EdC è viva e vogliamo continuare a credere nella sua profezia, e per questo vogliamo raccogliere le nuove sfide, e cercare di dare risposta alle tante domande aperte.

Per questo, la prima parola che mi viene da pronunciare aprendo questa Assemblea è gioia, letizia, festa, felicità: questa Assemblea sarà prima di tutto e soprattutto una festa di una comunità, di un popolo, che crede che sia possibile amare e servire la nostra società e la nostra gente dando vita, nel quotidiano, ad una economia ed ad imprese diverse, e che sente una vocazione specifica per questo.

Ma subito dopo la festa, o assieme, arriva una seconda parola, che è responsabilità. Ci troviamo a celebrare questo ventesimo dell’EdC in un momento particolare dell’economia e della società mondiali, che sta cercando di uscire (se mai ne uscirà) dalla prima grande crisi della globalizzazione, una crisi sistemica, strutturale, un primo “infarto” del sistema capitalistico. Sono tanti i messaggi che stanno provenendo da questa crisi, ma un messaggio forte e chiaro è che l’economia globalizzata crea enormi opportunità per la creazione di ricchezza, ma produce anche nuovi costi, tra cui una radicale incertezza e fragilità dei sistemi finanziari ed economici, e squilibri sociali più forti. Le crisi saranno parte strutturale del sistema che stiamo creando, la regola, non l’eccezione, poiché è il prezzo che dobbiamo pagare alla nuova economia. La crisi come nuova condizione ordinaria crea poi dei problemi di tipo etico e sul piano della giustizia, poiché spesso le conseguenze delle crisi le pagano settori sociali diversi da quelli che la procurano, e normalmente molto più poveri.

Ecco perché il tema della giustizia sociale e della comunione è oggi direttamente anche il tema dominante della nuova economia; e non un caso che il Papa nella sua Caritas in Veritate abbia citato l’EdC come una via per l’economia di oggi. Nel mondo sta maturando una crescente intolleranza nei confronti della diseguaglianza, all’interno dei singoli Paesi e tra Paesi, come se l’uomo post-moderno, informato e globale, dopo la democrazia politica oggi inizi seriamente a richiedere anche la democrazia economica, e sembra essersi accorto, con fatica e con ritardo, che la democrazia economica è parte essenziale della democrazia politica. Il mercato, infatti, essendo un ambito della vita in comune retto dalla regola aurea del mutuo vantaggio, non riesce ad assicurare la giustizia distributiva, anzi, in certo senso, se non è accompagnato da altri principi e istituzioni co-essenziali (come il dono), nel tempo il mercato tende ad aumentare le diseguaglianze. Da una parte, infatti, il mercato è luogo della libertà e della creatività basato sui talenti individuali, e i talenti non sono distribuiti in modo uniforme nella popolazione; dall’altra, nella gara del mercato non partiamo tutti dalla stessa linea, e chi ha di più oggi (risorse, istruzioni, opportunità …) tende ad avere ancora di più domani.

Questa nostra festa e questa nostra gioia di esserci deve allora subito aprirsi alla responsabilità che abbiamo, in quanto depositari di un carisma che ha una parola speciale da dire anche nel campo della vita economica e sociale, di fare la nostra parte in questa sfida epocale del nostro sistema economico. Dobbiamo, infatti, ricordare che nell’EdC c’è stata da subito, nel suo DNA o scintilla ispiratrice, una dimensione globale, di sistema: Chiara atterrando su San Paolo, e, come ci ha svelato Eli nella sua recente intervista ad Antonella Ferrucci, dovendo il suo aereo effettuare a causa del traffico qualche giro sulla città, vide i grattacieli e la “corona di spine” e sentì la spinta a fare qualcosa per cambiare il sistema di sviluppo, per cercare una via nuova che non fosse né il capitalismo né il comunismo; non sentì soltanto la spinta a rendere le imprese più etiche e gli imprenditori più generosi. Oggi, allora mentre guardiamo con un occhio grato e gioioso al passato e con l’altro speranzoso dei fanciulli che tutto sperano al futuro (2031),  dobbiamo tener vivo che per essere fedeli alla vocazione dell’EdC, mentre operiamo nelle nostre aziende e nei nostri mondi, dobbiamo sforzarci sempre più anche di sentire sulla nostra pelle le sofferenza del nostro tempo, le “doglie del parto” di questo sistema che forse può dar vita a quel qualcosa di nuovo che in tanti cercano, e dove anche noi dobbiamo essere protagonisti, assieme a tanti altri compagni di viaggio. Se non facessimo questo e limitassimo la nostra azione alle nostre aziende e ai nostri poveri, non saremmo fedeli alla vocazione dell’EdC che certo punta a cambiare le imprese ma come via maestra per dare il proprio contributo per cambiare il sistema economico, e quindi il mondo.

Una terza parola poi è memoria, questa bella parola biblica, uno dei capisaldi della nostra storia. Quando il popolo d’Israele viveva dei momenti forti, il punto di partenza era sempre il ricordare che “eravamo schiavi in Egitto”, e che “siamo stati liberati e resi un Popolo”, dentro una Alleanza. E più i momenti che si vivevano erano duri e di prova, più forte era il ricorso alla risorsa della memoria, soprattutto a quella collettiva, perché dava e dà senso alla storia che si vive. Essere qui oggi significa quindi fare memoria, ricordare (riportare-al-cuore, come diceva Chiara), che siamo dentro una storia sacra, ad una Alleanza (ogni volta che arriva un carisma sulla terra si rinnova l’Alleanza tra Dio e l’umanità, e si intravvede una terra promessa), per il Bene comune (cioè di tutti e di ciascuno, anche il nostro, collettivamente e individualmente). Significa ricordare che anche le piccole cose che ci sembra di portare avanti nella quotidianità del nostro lavoro, sono dentro questa storia della salvezza, dentro questa alleanza,  sono passi verso quella “terra promessa” che il mondo di oggi attende.

E per far questo dovremo ritornare al quel maggio 1991, soprattutto alle “domande” che quel mese fecero nascere in Chiara e nei suoi compagni di viaggio. Vedremo con attenzione anche le risposte a quelle domande che in questi primi venti anni sono emerse, sapendo però che le esperienze umane, soprattutto quelle carismatiche, sono vive e feconde quando tengono vive le domande e sanno cambiare le risposte concrete e storiche; anzi quando proprio per essere fedeli alle domande hanno il coraggio di cambiare le modalità concrete e storiche nelle quali si sono concretizzate le risposte, che sono inevitabilmente contingenti e transitorie. E’ quindi molto importante e necessario che qui alla Mariapoli Ginetta/Aracoeli, e tutti insieme,  torniamo con onestà e intelligenza a quelle domande fondative e originarie della “bomba” del 1991; e che poi affrontiamo, con la stessa intelligenza e serietà, alcuni dei nodi che oggi l’EdC incontra, per eventualmente cambiare alcune modalità con le quale abbiamo cercato di incarnare l’EdC, se ci accorgiamo che non sono più all’altezza delle sfide poste dalle domande di Chiara del 1991. E il ricordare sarà anche un riportare-al-cuore non solo idee, fatti e ispirazioni, ma anche persone, volti e storie di quei compagni di viaggio che hanno già raggiunto quella terra promessa che noi stiamo dobbiamo costruire qui nella storia. Per riascoltare, ricomprendere bene quelle domande, e così cambiare qualche risposta, siamo venuti qui in quella che nel 1991 si chiamava Mariapoli Aracoeli, e che ora è stata intitolata da Chiara a Ginetta, Ginetta Calliari una dei co-fondatori dell’EdC, senza la cui fede eroica forse oggi non saremmo qua a dire che l’EdC è viva. Nelle esperienze che nascono da Carismi, la geografia ha lo stesso valore della storia: i luoghi parlano parole di verità e di vita. Per capire veramente il carisma di Francesco, prima o poi nella sua vita un francescano forse deve fare una visita ad Assisi e ai luoghi francescani, poiché San Damiano e La Verna spiegano il carisma come lo spiega il libro dei Fioretti; e se qualcuno vuol conoscere in profondità Gandhi e la non violenza, dovrebbe recarsi nei luoghi gandhiani. Per questa ragione, già diversi anni fa decidemmo che avremmo fatto qui tra la Mariapoli e San Paolo questo nostro incontro, per farci ispirare anche dai luoghi, dalla lingua, dal genio brasiliano e dalla vocazione spirituale e sociale di questo popolo, che hanno avuto un ruolo co-essenziale prima, durante e dopo quel maggio 1991.

Infine, una quarta parola alla quale vorrei affidare queste parole introduttive è speranza, una delle virtù cardinali, nel senso che senza di questa tutte le altre virtù non durano: senza sperare, credere e amare nessun progetto funziona e porta frutto. Oggi abbiamo il dovere, ma anche la gioia, di sperare, come e più di prima, nella forza umana, spirituale, sociale ed economica del progetto che ci è stato affidato. Tanti di noi che oggi siamo qui abbiamo iniziato l’avventura con Chiara, alcuni già da quel primo lancio nel 1991. Altri sono arrivati dopo, e hanno conosciuto l’EdC da altri testimoni, e se siamo qui siamo tutti co-fondatori di questo progetto, siamo parte integrante e corresponsabili del successo e dell’insuccesso dell’EdC. Chiara ci ha consegnato un’ispirazione, un anelito, una speranza, ma aspettava e aspetta che quella sua ispirazione diventi storia, grazie a imprenditori, economisti, lavoratori, studiosi, professionisti, consumatori, risparmiatori, famiglie, cittadini che si sentono chiamati da dentro (ciò significa “vocazione”) a spender la vita perché anche il mondo dell’economia sia più unito, giusto e fraterno, sia un luogo di eccellenza umana e spirituale. Ecco perché la speranza è una virtù che va coltivata, alimentata, rafforzata, e riscelta nei momenti di prova, nei quali è prima di tutto la speranza ad essere insidiata. E dire speranza significa dire soprattutto giovani, che non sono soltanto il futuro, ma un modo diverso di guardare il presente. E’ anche e soprattutto per i giovani che abbiamo voluto mettere nel logo il 2031, per farli sentire l’oggi dell’EdC, non il domani, poiché un movimento come il nostro senza giovani non può esistere. Avremmo voluto riservare ancora più spazio ai giovani al programma, ma non ci siamo riusciti, sebbene saranno presenti in alcuni momenti cruciali e simbolici di questi cinque giorni.

Con gioia, responsabilità, memoria e speranza iniziamo allora questi giorni di festa e assieme di intenso lavoro, che culmineranno nella giornata aperta del 29 maggio a San Paolo, altro “luogo theoforo” dell’EdC, che la Provvidenza ha voluto far cadere proprio di Domenica in questo 2011.  L’abbiamo voluto chiamare “Assemblea EdC”, non congresso né convegno, poiché, a differenza dei convegni, la logica degli interventi che faremo sarà il dialogo. Non presenteremo documenti, temi o relazioni scientifiche, ma proporremo nelle mattinate degli spunti di riflessione, delle piste di cammino; più lunghe e articolate nei quattro temi del mattino, più brevi nei panel della seconda mattinata, tre panel che abbiamo costruito attorno alle tre colonne dell’EdC: l’impresa, la povertà, e la cultura. I relatori saranno chiamati al difficile compito di non chiudere discorsi ma di aprirli, e, al tempo stesso, di portare il frutto di vita e di riflessione di questi primi venti anni. Abbiamo previsto anche delle esperienze, ma l’obiettivo che ci proponiamo, e la sfida, è di non contrapporre i “discorsi (o chiacchiere) degli studiosi” alle esperienze di vita, ma di offrire esperienze che siano anche riflessive e “buone pratiche”, e parole di studiosi che nascano dalla vita e diano voce ai fatti. Credo che uno dei punti di forza dell’EdC che la rendono innovativa e affascinante è il non aver mai separato teoria e vita, cultura esperienze, imprenditori e studiosi, economia e riflessione più allargata sulla vita sociale.

Infine un grande grazie a tutti coloro che in questo anno e più di preparazione hanno lavorato duramente e seriamente, innanzitutto qui in Brasile, e nelle varie commissioni del mondo. Grazie alla Mariapoli che ci accoglie, e un grande grazie a tutti voi per essere qui con tanti sacrifici, alcuni anche eroici. E infine grazie a Chiara, che ha voluto credere che anche l’economia può diventare un luogo di eccellenza umana e spirituale, inventando per noi l’EdC. Che possiamo allora sperimentare giorni straordinari di vita, di luce, di conversione, per ripartire tutti più felici, responsabili, grati di quanto ricevuto,  traboccanti di nuova speranza e più radicali. Perché ciò accada occorre il lavoro e l’impegno di tutti e di ciascuno, la capacità di ascolto critico e generoso assieme, di sentirsi corresponsabili e fondatori dell’EdC, coscienti che se l’EdC maturerà, crescerà e sarà fedele alla sua vocazione dipenderà da tutti e da ciascuno di noi. Siamo certi che, con l’aiuto di Dio, ci riusciremo.

Print Friendly, PDF & Email
  • Scritto da Aurelia
  • 1 Tags
  • 0 Commenti

CATEGORIE Notizie