Siamo (un) corpo. Una riflessione per questo tempo

Aprile10

Siamo (un) corpo. Una riflessione per questo tempo

La riflessione contemporanea dell’ultimo secolo considera il corpo come un tutto: siamo un corpo.

 

La corporeità è una componente essenziale della nostra condizione personale ed è attorno ad essa che si gioca la nostra esistenza e il nostro destino, sia che crediamo o meno che questo abbia poi uno sbocco trascendente. In questa linea, la malattia e la morte sono esperienze inesorabili alle quali dobbiamo dare un senso, oppure ammettere che questo senso non c’è.

 

Il concetto più completo di corpo, sottolinea il relatore, è quello che esprime un principio di relazione (io sto nella realtà del mondo, di fronte agli altri, attraverso il mio corpo), cioè come organismo vivente che ha un decorso vitale e la vita stessa di questo organismo vissuta dal vivente umano presuppone 3 dimensioni del nostro essere uomo, mescolate tra loro: l’ uomo è agente, autore e attore sua vita.

 

Sono agente quando eseguo attività vitali quasi riflesse nel quotidiano, autore quando prendo decisioni e faccio progetti con relazione a passato, presente e futuro, divento attore quando prendo atteggiamenti a cose che accadono seppur non previsto, reagisco a situazioni non contemplate, considerando il decorso vitale della dimensione corporea contraddistinta da una temporalità, una scadenza, un inizio e una fine (non abbiamo a disposizione tempo infinito e non sappiamo perché siamo nati in un tempo piuttosto che un altro e non conosciamo cosa ci sia dopo la fine). In questa ottica la modalità della vita – bios- rappresenta la nostra biografia, in cui la morte è un processo di me stesso, della mia figura definita dentro questa struttura temporale, che necessariamente esige un finale. È in questo senso che la morte fa parte della vita non in senso negativo, anche se drammatico, perché tutta la vita altro non è che un processo alla ricerca di me stesso, della figura che voglio costruire di me nella struttura temporale che mi viene imposta dal mio vivere in un tempo determinato. L’esistenza cioè è l’inquietudine costante per rispondere a cosa voglio fare della mia vita.

 

Alla fine, l’atto di morire è radicalmente solitario, ma seppur soli non siamo mai isolati dagli altri, poiché la struttura della corporeità come relazione include vivere con altri. E se è così costitutivo vivere con gli altri, non può finire tutto con la morte.

 

Il trans-umanesimo o post-umanesimo che sta alla base di alcuni sviluppi nel campo dell’intelligenza artificiale è un tentativo radicale di superazione della corporeità: con esso assistiamo ad un riduzionismo tecnologico che fa sparire la complessità dell’umano e soprattutto la relazionalità (e forse questa visione verrà rafforzata ancor di più, post pandemia). Così facendo, si rischia di avere un mondo forse senza sofferenza ma privo di vero amore. E il corpo umano avrà perso il suo mistero, che invece fa parte della vita.

 

Come si inserisce il cristianesimo in questa prospettiva antropologica? Per il cristianesimo, la pandemia rappresenta un’interruzione, una rottura dove può inserirsi per dire ancora qualcosa di significativo in merito alla fenomenologia dell’esistere; è vero che viviamo con gli altri e moriamo da soli, ma è anche vero il contrario: moriamo soli ma viviamo con gli altri e questo pone una domanda importante a cui una fenomenologia del vivere umano deve saper rispondere.

 

La risposta del Padre creatore, alla corporeità di Gesù che ha sofferto le limitazioni della carne, è una risposta restauratrice: il Padre non ha liberato il suo spirito, ma gli ha dato un corpo nuovo. È Il Risorto. La morte di Gesù è un fatto storico mentre la sua risurrezione è un evento trans-storico, escatologico, ma che attira, sta attirando, tutta la storia verso il suo compimento finale. Cristo non ha fatto tutto nella costruzione del destino finale dell’umanità, lascia molto a noi. Ma ha fatto la cosa decisiva: ha trasfigurato la sofferenza umana, caricandola di energia della resurrezione. Da allora, l’esser creatura ha ricevuto un senso pieno, è stata liberata. Il corpo spirituale è così destinato a diventare un solo corpo, a realizzare quella piena relazionalità a cui il corpo tende costituzionalmente, cioè che tutti siano Uno. E in virtù della resurrezione, non v’è nulla che uccide.

 

Jesus Moran termina, ringraziando tutte le vittime, e chiunque stia lottando per gli altri fino all’estenuazione, mettendo in mostra la grandissima dignità del corpo umano e contribuendo all’autentica “nascita dell’uomo”

 

Interessanti anche i contributi finali della serata: Muraca, regista e studioso d’arte, è intervenuto su antropologia e comunicazione, anche attraverso il ruolo delle nuove tecnologie ed il nuovo capitalismo dei dati e dei social media (diverso da quello neoliberista) che estrae cognizioni che ci appartengono per influenzare scelte e comportamenti: il rischio è sempre più acuto che la scienza si converta in un dogma onnicomprensivo, dove il corpo è rappresentato da algoritmi e le emozioni sono solo reazioni biochimiche. Sempre in merito al corpo, tema centrale della serata, con Falconi, poi, si è riflettuto ancora sul dare senso a ciò che siamo, sull’esperienza dell’ascolto dell’altro, sul dolore di un corpo non più solo individuale ma collettivo, sul vissuto affettivo di un’umanità messa di fronte alla necessità di fermarsi e far spazio al silenzio, così che l’esperienza di corpo universale e globale che si sta vivendo non sia solo tragica ma si converta in una sorta di inno alla vita. A conclusione, un canto speciale della rabbina Silvina Chemen della comunità di Buenos Aires, alla vigilia della Pasqua Ebrea, con l’augurio di uscire dalla limitazione dell’Egitto (la parola Egitto in ebraico ha la stessa radice di “stretto, angusto”) verso l’ampiezza della libertà collettiva, costruendo quella corporeità universale che esige la parte e l’impegno di ciascuno per sentirsi umanità.

 

Per rivedere la serata:

 

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