TeleAlessandria Papa Francesco, messaggio per 50° di fondazione di Bose

novembre15

TeleAlessandria Papa Francesco, messaggio per 50° di fondazione di Bose

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I l monastero di Bose come «feconda presenza nella Chiesa e nella società con una peculiare forma di vita comunitaria sorta nel solco del Concilio Vaticano II», come «missione che si è distinta nell’impegno per preparare la via dell’unità delle Chiese cristiane» e come luogo di dialogo tra cristiani. Per i 50 anni di vita della comunità monastica ed ecumenica Papa Francesco scrive al fondatore, fratel Enzo Bianchi: «Il semplice inizio è divenuto una significativa missione che ha favorito il rinnovamento della vita religiosa, interpretata come Vangelo vissuto nella grande tradizione monastica. All’interno di questa corrente di grazia, la comunità si è distinta nell’impegno per preparare la via dell’unità delle Chiese cristiane, diventando luogo di preghiera, di incontro e di dialogo tra cristiani, in vista della comunione di fede e di amore per la quale Gesù ha pregato».

Particolare apprezzamento «per il ministero dell’ospitalità che vi contraddistingue: l’accoglienza verso tutti senza distinzione, credenti e non credenti; l’ascolto attento di quanti sono alla ricerca di confronto e consolazione; il servizio del discernimento per i giovani in cerca del loro ruolo nella società. Di fronte alle sfide contemporanee vi incoraggio a essere sempre più testimoni di amore evangelico, vivendo l’autentica comunione fraterna che rappresenta il segno, dinanzi alla Chiesa e alla società, della vita alla quale siete chiamati. Gli anziani incoraggino i giovani e i giovani si facciano carico degli anziani, tesoro prezioso di sapienza e perseveranza. Potrete così vivere con grandezza di cuore anche con gli altri, specialmente con i più poveri di speranza».

Per il Pontefice il mezzo secolo di vita «sia un momento di grazia, un tempo per meditare più intensamente sulla vostra chiamata e sulla vostra missione, affidandovi allo Spirito Santo per avere saldezza e coraggio nel proseguire con fiducia il cammino. Possiate perseverare nell’intuizione iniziale: la sobrietà della vita sia testimonianza luminosa della radicalità evangelica; la vita fraterna nella carità sia un segno che siete una casa di comunione dove tutti possono essere accolti come Cristo in persona».

C’è il cardinale Michele Pellegrino, arcivescovo di Torino 1965-1977, all’inizio di Bose. Scrive il fondatore Enzo Bianchi: «Con lui ho avuto non solo conoscenza, ma anche assidua frequentazione e profonda amicizia: un legame approfondito anche dall’ascolto delle sue omelie a Sant’Alfonso e Sant’Anna quando, studente universitario, alloggiavo in via Morghen». A Pellegrino il 21novembre 1966 sottopone il suo progetto monastico e il padre gli dice più volte: «Io e lei siamo entrambi segnati dalla perdita della madre in tenera età». Quando lascia la diocesi, su «La Voce del Popolo» dell’11 settembre 1977, Bianchi rivolge «il mio e nostro grazie a chi ci è stato padre e vescovo».

Enzo Bianchi, nato a Castel Boglione (Asti) il 3 marzo 1943, studente di Economia e commercio a Torino, dal 1963 ospita universitari cattolici, valdesi, battisti per la lettura della Bibbia. L’8 dicembre 1965, giorno in cui finisce il Concilio, si ritira in solitudine nella cascina «Le buche» a Bose, villaggio abbandonato nel Comune di Magnano, provincia di Vercelli (oggi Biella) e diocesi di Biella, sulla Serra di Ivrea. Il 3-6 agosto 1968 il Capitolo di fondazione fissa le caratteristiche della comunità: uomini e donne, monastica, ecumenica, laicale. Si ispira: ai trappisti francesi di Tamié in Savoia, ai monaci ortodossi di Monte Athos in Grecia, ai fratelli riformati di
Taizé in Francia e fa riferimento a figure di grande levatura come Athenagoras,
patriarca ecumenico di Costantinopoli.

Ma il vescovo di Biella, il torinese mons. Carlo Rossi, insigne liturgista, non è convinto e il 7 novembre 1967 pone l’«interdetto sulle abitazioni di Bose», vietando per lettera la celebrazione dell’Eucaristia e le preghiere pubbliche anche per «la frequente presenza di non cattolici tra gli ospiti». Bianchi si rivolge a Pellegrino che incarica il teologo gesuita Eugenio Costa senior e il provinciale dei Cappuccini Cesare da Mazzé di indagare e dare assicurazioni all’ordinario, che però non recede e invita Bianchi a lasciare la diocesi. Pellegrino a Bose chiede obbedienza assoluta.

L’interdetto resta in vigore fino al 29 giugno 1968 quando il padre a Bose tiene la conferenza «La fede di Pietro nei Padri della Chiesa» e celebra l’Eucaristia; annuncia che ha ottenuto di essere lui il responsabile diretto e, di fronte ai vescovi del Piemonte, si fa garante dell’ortodossia e della comunione con la Chiesa.

Manterrà la responsabilità fino al termine dell’episcopato torinese. Nel 1973 approva la regola, in parte modificata nel 2010 e approvata dal vescovo di Biella Gabriele Mana.
Nell’ottobre 1968 i giovani cattolici Domenico Ciardi e Maritè Calioni, il pastore riformato svizzero Daniel Attinger, sorella riformata di Grandechamp Mincke De Vries con fratel Enzo iniziano la vita monastica: è l’8 dicembre 1968. La comunità si ispira agli Atti degli Apostoli 2,42: «Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere». Lasciano case e famiglie; lavorano per non dipendere da nessuno; condividono stipendi e offerte; zappano l’orto e nel 2014 creanbo Agribose; coltivano amicizia, accoglienza, ospitalità; si incontrano per la preghiera (mattino, mezzodì, sera) e per i pasti. Non è una fuga dal mondo e non hanno paura di sporcarsi le mani. Vergini, celibi e nubili, vivono di preghiera e lavoro. Bianchi non ha mai voluto ricevere alcun ordine e vuole «restare un semplice cristiano, laico come sono i monaci». Scrive su giornali e riviste, nel 1983 fonda l’editrice Qiqajon, pubblica libri. Oggi i fratelli e sorelle sono una novantina di cinque nazionalità con sedi a Gerusalemme, Ostuni, Assisi, San Gimignano, Civitella San Paolo. Enzo Bianchi, 75 anni, il 25 gennaio 2017 ha ceduto il priorato a fratel Luciano Manicardi.

Pier Giuseppe Accornero

 

 

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